I giovani e il mondo del lavoro: consigli e strategie - Intervista all’ingegnere Valerio Marchionne
 
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    Mattioli Vasto Interviste 20/11/2018 20/11

    I giovani e il mondo del lavoro: consigli e strategie

    Intervista all’ingegnere Valerio Marchionne

    L'ingegnere Valerio Marchionne e il giornalista Lorenzo De Cinque durante l'intervista. (Foto di Terenzio Ranalli)L’inclusione dei giovani nel mondo del lavoro è un tematica attuale che riguarda tutte le realtà, da quelle più grandi a quelle più piccole. Ad oggi, purtroppo, questa inclusione resta ancora difficile. I motivi sono da ricercare sicuramente in un forte distacco tra il mondo della scuola e quello del lavoro anche se, comunque, con l’alternanza scuola-lavoro si sta cercando di arginare questa forte dicotomia. All’interno delle aziende, invece, il personale ha un’età media molto alta e scontrarsi con una realtà, talvolta permeata da una mentalità chiusa, può creare non poche difficoltà nell’integrazione all’interno dell’ambiente lavorativo. Il secondo profilo professionale su cui abbiamo voluto saperne di più è, infatti, proprio quello del giovane lavoratore. La nostra redazione, per questo motivo, ha raccolto la testimonianza di un giovane ingegnere dipendente Pilkington, Valerio Marchionne, che ci ha esposto gentilmente la sua esperienza lavorativa.

    Qual è stato il suo primo impatto con il mondo del lavoro? Ha trovato un ambiente che lo tutelasse in materia di sicurezza e benessere?

    Entrare da ingegnere a 28 anni in un ambiente come quello della Pilkington di San Salvo, dove hai un confronto con persone anche di 60 anni, non è stato semplice; l’impatto è stato molto difficile perché gli ambienti universitari e scolastici sono totalmente diversi da quelli lavorativi. I primi mesi sono stati difficili però, prima o poi, i colleghi ti accettano. Essendo questa una azienda ben strutturata e interessata all’inserimento dei giovani, tutti hanno fatto in modo di farmi inserire nella maniera corretta. Dopo il passaggio critico dal mondo della scuola a quello del lavoro e una volta ambientato, tutto diventa “facile”. Alla fine è come ciò che accade a scuola: il primo giorno è difficile, ti sembra tutto impossibile ma dopo anni che conosci la tua classe, tutto diventa più semplice. L’unica difficoltà che ho incontrato è stata interfacciarsi con persone con un gap di età molto alto e che spesso devono rispondere anche ai tuoi ordini. L’azienda ti tutela sia sul benessere che sulla sicurezza. In termini di benessere, ti faccio un esempio: ci sono programmi di welfare aziendale (programmi di benessere per il lavoratore). Una volta l’anno, infatti, mi pare che una quota del premio di partecipazione venga convertita in buoni che sono detassati, l’azienda dà dei buoni per l’equivalente di 300€ netti (senza tassazione) che puoi utilizzare per mettere la benzina, comprare i pannolini eccetera. Ho trovato questo programma molto interessante.
    Foto di Terenzio RanalliIn termini di sicurezza, ti dico che l’azienda è molto attenta a questo tema ed essendo molto strutturata, ci sono delle review mensili e annuali con capi di sicurezza a livello locale, nazionale, europeo e mondiale. Prima della Safety week, ad esempio, D. Dash, una delle massime autorità sulla sicurezza, è stato qui per una review su un progetto di miglioramento in termini di sicurezza di tutti gli stabilimenti; il progetto si chiama “Nabbis” e io sono a capo di questo progetto per il mio stabilimento. In pratica, questo è un progetto utile a misurare i vari stabilimenti in termini di sicurezza e di resa nella produzione: bisogna valutare il coinvolgimento delle persone perché coinvolgendole, si aumenta il livello di sicurezza all’interno della tua azienda e così si può fare un paragone tra i vari stabilimenti nel mondo. Un esempio di coinvolgimento e di attenzione dell’azienda alla sicurezza sono i kaizen, progetti volti al miglioramento dell’efficacia operativa, e questo fa capire che l’azienda ci tiene a vedere accrescere il coinvolgimento sia in termini di aumento della produzione che in termini di aumento della sicurezza.

    Il concetto di kaizen nella sua azienda è molto importante e proprio un progetto che ha presentato giovedì 11 ottobre è stato premiato. Quale risonanza ha avuto all’interno di quello specifico settore?

    Questo è un concetto molto bello perché alla fine il kaizen è un semplice miglioramento. Ad esempio, io per prendere questo tramezzino da questo punto faccio questo specifico movimento; se lo avessi più vicino, il movimento sarebbe minore e questo è già un miglioramento, questo è un kaizen. Dal miglioramento più stupido a quello più strutturato, ci sono diversi tipi di kaizen: quick kaizen, il kaizen veloce, che consiste ad esempio nello spostamento di una semplice cosa fino ad arrivare a un major kaizen, miglioramenti molto più strutturati. Apportando un miglioramento nella sicurezza, il più delle volte realizzi anche un  avanzamento in termini di produzione, proprio perché produzione e sicurezza vanno di pari passo. Nel progetto che ho presentato, riassumendolo, è stato ridotto il peso di carrelli utilizzati su una linea di produzione; riducendo quel peso, aumenti la sicurezza dell’operatore che fa quell’operazione, evitando infortuni o altre problematiche, e hai migliorato sia la sua postazione di lavoro sia aumentato la velocità della linea di produzione. Attraverso un potenziamento della sicurezza, quindi, si porta anche una ottimizzazione della produzione. Il benefit portato da questo kaizen all’interno dell’azienda ha riguardato sia l’operatore che sta su quella linea, ma anche un benefit economico allo stabilimento perché aumentando il numero di pezzi prodotti (in questo caso si parla di fogli di plastica interni al parabrezza), nello stesso tempo risparmi su quell’operazione attuando semplicemente un miglioramento di sicurezza.

    In un lavoro è molto importante la soddisfazione e l’appagamento personale. Lei sente di aver già raggiunto questi traguardi?


    Foto di Terenzio RanalliLi ho avuti negli anni. Dipende molto da te ma anche dal tuo capo, come in ogni situazione gerarchica, perché se è una persona che ti stimola a fare di più e sempre meglio, sei stimolato e invogliato a fare. Nel mio caso, ci sono stati progetti che mi hanno soddisfatto parecchio e mi hanno appagato. Inizialmente gestivo la linea della plastica, poi mi hanno spostato su un’altra linea. Il mio ex capo, che lavora sempre per il gruppo NSG, doveva avviare in America una linea identica. Lui in tutto il mondo avrebbe potuto chiamare vari esperti, invece ha chiamato me e sono partito per l’America, dove ho avviato questa linea di produzione. Fino ad adesso, quindi, questa è stata la mia maggior soddisfazione. Sono, però, una persona che non si accontenta mai, che vuole sempre migliorare e ottenere di più; questo atteggiamento può essere sia positivo che negativo perché non ti godi mai i traguardi che raggiungi, anche se sono appena due anni che lavoro, quindi sono proprio all’inizio. È vero che ho raggiunto traguardi importanti ma è proprio ora che sto “partendo”. Bisogna porsi sempre delle mete per essere stimolati. Ti devi porre degli obiettivi sempre più grandi di quelli che credi di poter realizzare. Questo perché ti sprona a fare sempre meglio e a raggiungere comunque qualsiasi traguardo perché, alla fine, nulla è impossibile e sono dell’opinione che se lo si vuole, si può fare tutto con buone dosi di volontà, applicazione e determinazione. Ad oggi non mi sento arrivato assolutamente, come già detto, sono appena all’inizio, però ho già raggiunto dei traguardi che mi ero prefissato.

    Un consiglio che sente di dare a noi giovani riguardo al futuro ingresso nel mondo del lavoro?

    Il consiglio che sento di darvi è studiare il più possibile. Ora non conosco il vostro campo però ho un amico a Pescara che ha studiato al Conservatorio per diversi anni e adesso è insegnante di chitarra e pianoforte. Lui aveva fatto l’Itis con me e finita la scuola, aveva trovato lavoro come elettricista però, nel frattempo, continuava ad andare al Conservatorio e ora è diventato insegnante. Alla fine, il “pezzo di carta” ti permette di superare delle barriere che sono messe appunto per fare delle “divisioni”. Un altro mio amico, ad esempio, è entrato da diplomato alle Poste, ma adesso si è iscritto all’Università perché ci sono dei concorsi interni che sono aperti solo a laureati. Credo che in tutti i campi sia così perché la laurea rimane un semplice pezzo di carta se non continui a migliorarti. Il consiglio che sento di darvi sembra scontato ma non lo è, perché studiare ti apre la mente e il fatto di andare fuori, secondo me, è la scelta migliore da fare. Studiare in casa o fuori casa è completamente diverso. Quando vai fuori e devi mangiare perché hai fame, fidati che impari anche a fare la pasta. Andare a vivere da solo in una nuova città è un’esperienza che ti forma a 360 gradi. Inizialmente è molto difficile è, per esperienza personale, ti dico che è difficile ambientarsi nei primi giorni in nuova città, da solo, dove non conosci nessuno, però è una cosa che ti fa maturare. Per quello che ti posso consigliare riguardo al futuro ingresso nel mondo del lavoro, è curare il momento del colloquio. In un colloquio, infatti, ti devi saper vendere. Nel mio caso, ad esempio, avevo preso 80 alle superiori e molti altri interessati erano usciti con 100 alle superiori e 110 e lode alla triennale e alla specialistica. Foto di Terenzio RanalliNonostante ciò, scelsero me. Io alla triennale di ingegneria, venendo dall’Itis, ho fatto parecchia fatica. Ad Ingegneria se vieni dallo scientifico hai già il metodo di studio, mentre all’Itis c’è più l’intuizione e la logica. I primi anni il liceale fa molta meno fatica del perito, perché ha già il metodo di studio, io invece l’ho dovuto acquisire strada facendo direttamente all’Università. I primi anni, quindi, passavo gli esami per fortuna, poi ho acquisito il metodo di studio e dal terzo anno non sono mai stato più bocciato a nessun esame. Il risultato è stato 89 alla triennale, voto bassissimo, mentre alla specialistica in cui gli esami sono anche più difficili, sono uscito con 110 e lode. Durante il colloquio preliminare (quello fatto dalle risorse umane che vedono di più la persona rispetto al tecnico), tra le varie domande mi chiesero il motivo per il quale avevo mandato il mio curriculum a questa azienda. La verità era che ero andato su google, avevo scritto “migliori 20 aziende abruzzesi” e avevo mandato il curriculum a tutte e venti. Al colloquio ovviamente ho risposto “La vostra fama, la vostra azienda è conosciutissima quindi sarebbe un onore per me lavorare per voi”. Lì sul momento devi essere sveglio nell’avere la risposta che vuole sentirsi dire chi ti sta esaminando. La stessa cosa vale per il curriculum perché alla fine, uscito dall’Università, hai ancora una presentazione piuttosto scarna, con solamente la scuola e piccoli lavoretti che hai fatto. Per questo vedono soprattutto i voti e un’altra domanda che mi fecero “Come mai hai preso 80 alle superiori, 89 alla triennale e 110 e lode alla specialistica? Cosa è successo?”. Semplicemente gli ho risposto “Guarda, io una volta che imparo il metodo lo applico bene e sono metodico nell’applicare questo metodo”. Alla fine è una mezza verità perché, una volta che hai imparato il metodo di studio, tu lo applichi e quindi arrivi molto più preparato all’Università. Questo non basta ovviamente, infatti mi sono messo a studiare anche molto di più rispetto i primi anni in cui ci sono ancora dinamiche particolari relative all’ambiente nuovo e si pensa anche ad uscire e divertirsi. In ogni caso, quindi, bisogna dare una risposta come se ti stessi vendendo e devi convincere l’altra persona a prenderti, è quello il tuo obiettivo.

    Grazie per la disponibilità e per i consigli.

    Grazie a voi.

    di Lorenzo De Cinque


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