Il lavoro in azienda negli anni ’80: ricordi e confronti col presente - Intervista all’ex dipendente S.I.V. Armando Marrone
 
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    Mattioli Vasto Interviste 20/11/2018 20/11

    Il lavoro in azienda negli anni ’80: ricordi e confronti col presente

    Intervista all’ex dipendente S.I.V. Armando Marrone

    Armando Marrone, il giornalista Corrado Sambrotta e la prof. Clotilde Muzii durante l'intervista. (Foto di Ludovica Valente)Il terzo ed ultimo profilo professionale che ci siamo posti di conoscere è quello di chi ha lavorato in un’azienda in passato, in modo da capirne di più sulle differenze tra il mondo lavorativo di allora e di adesso.

    Armando Marrone entra in S.I.V. nel 1974, ci resta fino al 2002. Per i primi cinque anni lavora in S.I.V. e per i restanti nella Flovetro (società per il 50% S.I.V. e per l’altra metà Saint-Gobain, una società francese, che fa parte interamente dell'NSG Group dal 2012). Siamo andati per farci “due chiacchiere” e per capire come fosse lavorare in Pilkington, vent’anni fa Società Italiana Vetro (S.I.V.).
    Ci accoglie in casa assieme alla sua Signora con un bel sorriso che non nasconde, però, una certa emozione mista a stupore: dei giovani studenti interessati a storie ormai datate. Lo mettiamo subito a suo agio.

    Qual era il suo compito all’interno dell’azienda?

    Il mio compito era quello di manutentore elettrico ed elettronico. Sono stato uno dei primi softweristi che ha imparato presso la Siemens di Milano a sviluppare i Software per le macchine, utili a fornire il processo di automazione della fabbrica. Naturalmente lo sviluppo di questi “robot” ha comportato una diminuzione del personale ed un aumento della nuova tecnologia (si pensi che quando sono entrato eravamo in 200 persone per poi diventare 80/90).

    Tra voi dipendenti si sarà creato, oltre al semplice rapporto di lavoro, anche un certo tipo di amicizia. Continua a frequentare i suoi ex colleghi?

    Sì, continuo a vedere i rimasti perché la maggior parte è deceduta, o alcuni abitano ormai fuori Vasto. Con loro abbiamo fatto molte cene di lavoro, come le chiamano adesso, e con tutta la famiglia si andava a festeggiare. Quest’unione è stata voluta anche dalla S.I.V. che organizzava, ad esempio nel periodo natalizio, varie feste dando spazio ai bambini consegnando anche premi. Era un modo per far partecipare alla vita lavorativa del singolo anche il tessuto familiare.Foto di Ludovica Valente

    Come ben sa, la Pilkington è molto attenta alla sicurezza, alla salute e al benessere fisico e culturale dei propri dipendenti. Era così anche in passato?

    Quando sono entrato in S.I.V., nel 1974, le norme di sicurezza non erano severe come oggi, erano più superficiali, meno tecniche e meno rigide, quando sono andato via erano più sofisticate. Ricordo che negli ultimi anni c’era una “trappola” dove cadeva il vetro, allora si è fatto tutto un impianto per l’acustica in modo tale che la frantumazione del vetro non desse fastidio al personale. All’inizio le uniche precauzioni erano scarpe anti-infortunistiche e guanti di pelle per chi lavorava il vetro con le mani. Appena entrato al lavoro ho fatto un mese in produzione, per poi passare in manutenzione e strumentazione, in questo caso usavamo i guanti di gomma perché si doveva prendere un pezzo di vetro e metterlo sotto una macchina che lo tagliava e lo molava, e non poteva essere di certo preso a mani nude. Per quanto riguarda la vista, si sarebbero dovuti usare degli occhiali specifici, ma non necessariamente venivano indossati. L’azienda, con il passare degli anni, ha iniziato però a tutelare i propri dipendenti. Ricordo che mi hanno realizzato 4-5 paia di scarpe di diversi modelli, perché quelle infortunistiche mi lesionavano le dita dei piedi. Alla fine ho dovuto indossare le mie Reebok o Nike anche se, nella mia funzione, non era indispensabili indossare scarpe anti-infortunistiche; l’unico rischio era quello di poter cadere un transistor sul piede!

    Sicuramente ben ricorderà quella giornata del 1983 in cui i cancelli dello stabilimento della S.I.V. sono stati aperti per un ospite speciale: Papa Woytila. Saprebbe dirmi e farmi rivivere l’emozione di quel giorno e di com’era la vita in fabbrica in quegli anni?

    Nell‘83 ero già passato alla Flovetro ed ho visto Papa Woytila entrare nel cancello dal sesto piano della composizione. L’ho seguito da lontano, ma era come se in quel momento fossi al suo fianco. Nonostante non l’abbia potuto vedere da vicino, l’emozione è stata molto grande. Pensa che eravamo una decina ancora al lavoro ,abbiamo interrotto tutto proprio per vedere il Santo Padre che entrava al forno float. Per ricordare anche in seguito quella giornata ci hanno donato una medaglia. Eccola, la conservo gelosamente, guardate ragazzi! Le medaglie donate ai lavoratori dopo l'incontro con Papa Woytila. (Foto di Ludovica Valente)In fabbrica in quegli anni vi era il cambiamento tecnologico, un periodo nel quale l’innovazione faceva da padrona, erano gli anni delle nuove tecnologie che hanno portato molte modifiche per automatizzare e aumentare la produzione. Personalmente ho frequentato dei corsi di aggiornamento alla Siemens come softwerista per imparare ad utilizzare il computer, e ho trasmesso a dieci elettricisti le mie nuove competenze, poiché non tutti potevano essere mandati ad aggiornarsi. Pensa che i primi computer erano in funzione già dai primi anni 80 con la logica cablata e avevamo un computer per la visita guidata del vetro che scannerizzava la sua qualità e, automaticamente, poteva decidere il taglio adatto per l’edilizia o per l’automobile.

    Come mai è stata scelta questa zona per lo sviluppo della fabbrica?

    Sicuramente è stata una scelta politica e non territoriale, poiché tutte le materie prime provenivano da fuori. Quello che però ha aiutato la S.I.V. è stata la scoperta ,nei primi anni sessanta, nel sottosuolo di San Salvo di giacimenti di metano da parte di Enrico Mattei e del gruppo Eni; la qualità era però piuttosto scarsa, inutilizzabile per gli usi domestici ma non per quelli di una fabbrica che ha deciso di impiegarlo per fondere il silice e fare il vetro. Grazie all’estrazione del metano si potevano alimentare con un gas pulito i grandi macchinari dello stabilimento. A proposito della tutela ambientale, l’azienda ha sempre tenuto a cuore il riciclaggio, poiché parte del vetro di scarto veniva impiegato nella realizzazione delle bottiglie di vetro da parte di aziende terze. Un’altra restante parte del vetro, invece, veniva rimpiegata nell’impasto del nuovo.

    Eravate tutti uomini o era presente anche una piccola “quota rosa”?

    Sì, era presente una piccola quota rosa prevalentemente nelle segreterie, ma alcune donne erano addette anche alla combustione, come aiutanti per la composizione del vetro. Naturalmente prima il nostro era un lavoro manuale adatto prevalentemente agli uomini, poiché era necessaria un forza fisica considerevole. Oggi è diventato un lavoro robotico che ha permesso maggiore precisone ma, d’altro canto, vi è stata una diminuzione di operai, rovinando un po’ l’armonia del passato. Foto di Ludovica ValenteLe aziende cercano giovani ingegneri qualificati che hanno esperienze ma se un ragazzo, appunto, è giovane, come fa ad avere esperienza? Quella si matura soprattutto sul campo, dopo anni di lavoro.

    Signor Marrone la ringrazio per la sua disponibilità, la sua accoglienza e la sua chiarezza nel delinearci la situazione all’interno della S.I.V. degli anni ottanta, che ci permette di capire i progressi che sta compiendo oggigiorno l’NSG Group, senza dimenticare il passato. Cordiali saluti

    di Corrado Sambrotta


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