Philip Uttana: da un’idea casuale allo spopolamento del brand - Intervista ad Anastasia Massone, creatrice del famoso brand abruzzese Philip Uttana
 
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Mattioli Vasto Attualità 29/11/2018 29/11

Philip Uttana: da un’idea casuale allo spopolamento del brand

Intervista ad Anastasia Massone, creatrice del famoso brand abruzzese Philip Uttana

Intervista ad Anastasia Massone (foto di Terenzio Ranalli)L’Abruzzo si è sempre contraddistinto da particolari detti e citazioni popolari. Quando questi, però, vanno a sostituire le grandi firme, si scatena la “caccia alla maglia”. Questa è stata l’idea geniale di Anastasia Massone alias Philip Uttana che in questi mesi sta spopolando sui social per l’originalità del suo brand. Conosciamo meglio insieme da dove è partito tutto ciò.

Com’è nato Philip e da dove ti è venuta l’idea di brandizzare i grandi marchi in abruzzese?

Philip è nato nel 2014. Un giorno ero in ufficio, non sapevo cosa fare e allora ho pensato di stravolgere il logo della Obey facendolo diventare “Obesy”. Ne ho venduti anche un paio. Ora è diventato virale su Telegram, lo si può trovare nelle icone, ma questo non penso sia merito mio, bensì di tutte le persone a cui sarà venuto in mente di storpiare i brand. Per un paio d’anni mi sono presa una pausa per iniziare a studiare. Sono grafica autodidatta, quindi studio tanto, anche di notte, materie come marketing e social media managing. Nel periodo febbraio/marzo 2017, mi è venuta in mente l’idea di provare nuovamente a realizzare una maglia e così, dopo tanto tempo, ho riacceso la pressa. Ho ripreso il logo della Thrasher e l’ho storpiato in Pallotte. Pian piano alcuni amici mi hanno iniziato a chiedere la maglia finché la voce ha iniziato a girare sempre di più. Per questo motivo, quindi, ho creato il sito, le vendite sono aumentate e ho pensato di creare altri due/tre loghi. Inizialmente, volevo fare solo un progetto grafico da mettere online, ma in molti hanno iniziato a chiedermi la maglia, la felpa e addirittura qualcosa per i bambini. Tutto, quindi, è nato per scherzo.

Come ti sei sentita quando il tuo progetto ha iniziato a prendere piede?

Non me ne sono resa conto e continuo a non realizzare tutto ciò. Ad esempio, quando incontro gente per strada che mi chiede se sia io Philip Uttana, a me viene da ridere. Questo perché per me è una cosa normale, non l’ho fatto per sbancare ma tutto è nato casualmente per scherzo.

Da dove è nato il nome Philip Uttana?

È nato tutto da un gioco di parole che stavo facendo un giorno con i miei amici. C’erano diversi nomi composti quando qualcuno ha proposto Philip Uttana. Io ho sempre avuto problemi con i nickname perché non mi è mai venuto in mente quello giusto per me e per questo ho pensato di prenderne uno che non c’entrasse proprio niente con il mio nome e cognome. Philip, quindi, è nato così, per caso, senza alcuna questione di anonimato.

Dietro la macchina del business di Philip ci sei solo tu o sei supportata anche da qualcun altro?

All’inizio ero solo io, ma dal 15 di agosto c’è anche un mio amico, Francesco Malatesta, che mi aiuta per l’e-commerce e il sito.

Quali sono state le difficoltà nel realizzare tutto ciò? C’è qualcuno che ti ha ostacolato nel tuo percorso o che ha criticato il tuo lavoro?

Fortunatamente nessuno mi ha criticato e questa è una cosa che mi preoccupa tantissimo perché in genere quando realizzi qualcosa che spiazza le persone, hai sempre a che fare con chi ti critica, i cosiddetti “haters”. In realtà, pensandoci, è successo solo una volta. Questa persona voleva fare una sorta di gag, come la Ceres e la Carlsberg che si dicono male. Ha preso il logo del Lidl e ha scritto “Allindl, Philip Uttana”, cioè “Hai rotto, basta con questi loghi”. Io gli ho risposto con il logo della Levi’s con scritto “Livt’ che qua i loghi in abruzzese li faccio io” e in questo modo è nata la maglietta Livt’. Inoltre, è capitato anche che mi hanno copiato però io l’ho presa come un complimento perché se ti copiano vuol dire che la cosa sta funzionando. L’ostacolo più grande è il fattore economico, vorrei fare tutti i brand che ho realizzato, ma alla fine piano piano si fa tutto.

Qual è il tuo logo preferito, tra quello che hai creato, e perché? Quale, invece, credi che sia il più apprezzato dalle persone?

Il mio logo preferito è sicuramente Pallotte. Prima di tutto perché è il primo, ma poi ho un amore indissolubile con il cibo abruzzese. Anche Vasanicola perché mi è servito un po’ di tempo per disegnarlo (infatti la stampa è anche complicata realizzarla). Tra i più apprezzati abbiamo Lacost’, Ndundì, Livt’, anche se alla fine più o meno sono quasi tutti sullo stesso livello.

Quale potrebbe essere un motivo che ti farebbe emigrare dal tuo amato Abruzzo?

Penso nessuno. Il mio desiderio è sempre stato rimanere in Abruzzo, infatti quando i miei amici mi dicevano “Ma cosa ci fai ancora a Vasto? Trasferisciti a Milano, Torino o in un’altra grande città”, io ho sempre risposto: “Perché dovrei andarmene? Tutti vanno via, io invece resto a Vasto e continuo per la mia strada”. Alla fine, c’è anche meno concorrenza. Io sono una persona molto legata alla propria terra e non lo vedo come un pensiero sbagliato. Se un giorno dovessi andarmene, il motivo sarebbe solo ed esclusivamente il ricevere l’offerta di lavoro della vita, ossia lavorare per una grande azienda pubblicitaria, ma dubito possa accadere. Più che altro adesso siamo nel 2018, tutto si fa online, c’è freelance e la partita iva. Per un incontro di lavoro a Milano basta un giorno, massimo una settimana, e torni subito qua. Secondo me non esiste più il posto fisso per questo tipo di lavoro.

Ad oggi puoi dire di essere riuscita a portare la cultura abruzzese nel mondo? Se sì, come siamo visti? Solo pallotte e arrosticini oppure no?

Nel mondo non credo. Non riesco proprio a realizzare come si stia evolvendo il tutto al di fuori dell’Abruzzo in Italia. Mi arrivano messaggi di persone che vogliono acquistare le maglie dal Canada, dall’America e addirittura dal Sudafrica. Proprio per questo gennaio è previsto l’arrivo della mia maglia in Sudafrica ma sinceramente non riesco proprio a crederci fin quando non lo vedrò con i miei occhi. L’altro giorno, invece, mi è arrivata la foto di una mia amica che a Sidney, ha fatto indossare la sua maglietta con il logo Pallotte ad un’altra sua amica coreana. In Italia, comunque, ci vedono solo arrosticini. Le pallotte le stanno iniziando a scoprire da poco. L’altro giorno nelle storie Instagram, per scherzo, ho chiesto cosa ne pensassero di un “Pallotte Day” proprio perché ogni giorno mi arrivano circa 10/15 foto di pallotte. Apro il cellulare, anche alle 7 del mattino, e trovo ancora pallotte su pallotte, è una cosa continua.

In una delle tue storie Instagram, un giorno pubblicasti uno screenshot di una persona sorpresa di scoprire che dietro Philip si Anastasia Massone alias Philip Uttana (foto di Terenzio Ranalli)celasse una donna. Come spiegheresti il motivo di tale pregiudizio? Ad oggi, una “donna grafica” non è ancora accettata?

Mi fa troppo ridere, perché a volte iniziano la conversazione dicendo “Non vorrei essere sessista, ma...” e poi continuano dicendo che non si aspettavano proprio di avere a che fare con una donna. Pensano che dietro le idee geniali debba esserci per forza un uomo. Le persone sono convinte di ciò, e non capisco perché le ragazze creative non possano essere allo stesso livello di un ragazzo. Forse sarà per via del nome, Philip Uttana, che viene collegato ad un maschio, o magari vedono il parlare in dialetto abruzzese come una cosa maschile. Se ci fate caso, sulla pagina non parlo in dialetto, perché cerco di far arrivare il messaggio a un pubblico molto ampio. “L’Abruzzese fuori sede”, ad esempio, parla in dialetto, mentre io cerco di far conoscere la regione anche al di fuori dell’Abruzzo. Io, inoltre, lavoro con colleghi tutti maschi in uno studio grafico. All’inizio, quando rispondevo al telefono, chiedevano di poter parlare con qualcuno che lavorasse lì perché pensavano che io fossi la segretaria. In ufficio magari non mi calcolano neanche e chiedono di poter lavorare direttamente con Luca o Alessandro. Poi magicamente, dopo un paio di mesi vengono a conoscenza dei miei progetti, rimangono sbalorditi che una donna abbia avuto tali idee e vogliono lavorare con me. Pensano che le ragazze non abbiano nulla a livello di creatività. Non mi arrabbio perché è inutile. Poi, mi scrivono in privato chiedendomi se lavoro al di fuori di QBIX e se posso realizzare dei lavoretti di grafica per loro (di nascosto). Naturalmente il rifiuto è d’obbligo.

Cosa pensi di fare nel tuo futuro? Philip rientra nei tuoi piani? Quali altri progetti hai nel calderone?

Al momento non ho altri progetti al di fuori di Philip. Per Philip, invece, sto elaborando la collezione primaverile. Vi faccio uno spoiler natalizio: “L’Agend”, l’agendina di Philip Uttana. Ho realizzato anche il portachiavi e altre magliette, tra cui una con un brand che non ho mai fatto.

Cosa sarà presente nel tuo nuovo negozio?

Tutto, tranne la nuova felpa in edizione limitata. Quella purtroppo no. Non mi aspettavo finisse così presto (in meno di 24 ore). Sono rimasta sconvolta. Avevo pensato di farne poche perché era la prima felpa disegnata interamente da me, con una scritta che non è un brand. Pensavo che non avrebbe riscosso tutto questo successo tanto che non abbiamo fatto nemmeno il pre-lancio. Solitamente c’è uno studio di marketing e social media dietro, in cui bisogna analizzare date, gli orari di connessione delle persone, il giorno più indicato per farlo e altre cose del genere. Questa felpa, invece, è stata messa in vendita alla cieca e per farlo, per un motivo economico, non potevo realizzare molti pezzi. È comunque una cosa che io faccio giorno per giorno: studio e vedo come si evolve il brand. Durante il giorno del lancio, Facebook e Instagram non funzionavano perché erano andati in down e ho notato che le persone stavano continuando ad acquistare le felpe, la gente era impazzita. Quando a fine giornata ho visto che le felpe erano terminate sono rimasta sconvolta. Un brand famoso, per esempio, non va mai sold out il primo giorno, figuriamoci una maglia realizzata da me. È qui che capisco che il brand funziona. Sempre con le mani avanti.

Un'intervista fantastica da cui abbiamo imparato molto. Le idee migliori sono quelle nate per caso. Grazia Anastasia, grazie Philip.

di Lorenzo De Cinque

di Sara Della Gatta


Parole chiave:

abruzzo , brand , interviste , philip uttana

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