Fabio Cieri: imparare a stare nelle difficoltà - Intervista allo psicologo e psicoterapeuta Fabio Cieri
 
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Fabio Cieri: imparare a stare nelle difficoltà

Intervista allo psicologo e psicoterapeuta Fabio Cieri

Intervista a Fabio Cieri (foto di Giampietro Ciancio)Venerdì 25 gennaio, lo psicologo e psicoterapeuta Fabio Cieri è stato ospite al Polo Liceale “R. Mattioli” di Vasto tenendo un laboratorio espressivo-emotivo in occasione del Festival della Scienza 2019. La tematica del paradosso è stata affrontata proprio con il laboratorio “Zitto e urla”, una vera occasione di conoscenza dell’altro e di superamento dei disagi interiori. Alla fine dell’incontro, lo psicologo ha risposto ad alcune nostre domande.

Ad oggi quanti adolescenti decidono di affidarsi alla figura dello psicologo? Quali sono i motivi principali?

Io non lavoro molto con gli adolescenti quindi in base alla mia esperienza posso dirti che non sono tantissimi anche perché la maggior parte sono inviati dai propri genitori. Questo è il problema principale. Il disagio è come se fosse riconosciuto più dalla parte genitoriale che dalla parte individuale del ragazzo che vive un certo malessere interiore. Questo è normale perché la persona non è ancora consapevole dei problemi che potrebbe avere e la cosa più difficile nella fase adolescenziale è riuscire a chiedere aiuto poiché ci si trova in una fase di transizione tra quella del bambino e quella dell’adulto. In questo periodo, infatti, si cerca di passare dallo stato di dipendente, ossia colui che dipende dalla figura genitoriale, a quella di indipendente. Questo può causare molta confusione nell’individuo.

C’è ancora il pregiudizio che lo psicologo sia uno “strizza cervelli” e i pazienti definiti “pazzi”?

Sì, questo sì. Dipende dal contesto culturale e sociale di dove si va a lavorare. Questo pregiudizio permane ancora anche se non è proprio come una volta. Le persone hanno capito che effettivamente fare un percorso di psicoterapia è qualcosa che aiuta a migliorare la qualità della vita. Non si affrontano solo problemi inerenti le psicosi o patologie simili ma anche problemi di vita quotidiana classica, relazionale, di coppia, genitoriale o sociale di qualsiasi tipo.

“Zitto e urla” – questo il nome del laboratorio presentato al Festival della Scienza. Come si può superare al meglio questo paradosso?

Non è facile perché non esiste una ricetta per superare i propri problemi. Tutto dipende sempre dal contesto, dall’individuo, dalla propria cultura, educazione e proprie esperienze. Per riuscire a cavalcare il paradosso, come per esempio “Zitto e urla”, serve qualcosa che si apprende imparando a stare nella difficoltà. In questo paradosso, infatti, una parte di me vorrebbe gridare qualcosa, un’altra parte vorrebbe restare in silenzio per raggirare il disagio. L’unico modo che ho è cavalcare il paradosso centrale, ossia riuscire a gridare senza gridare. Come faccio? Prima di tutto, imparo a stare nella difficoltà e non faccio finta che questa non esista; una volta arrivati a ciò, di solito nell’essere umano scatta l’intuizione, la quale nasce proprio quando ci si abitua a stare nella difficoltà, senza evitarla.

L’empatia è una parte fondamentale del suo lavoro. Come riesce a non essere troppo coinvolto nella vita personale del paziente?

Una regola fondamentale da apprendere, per quanto riguarda il lavoro di psicoterapeuta, è proprio la differenza fra empatiaFabio Cieri (foto di Giampietro Ciancio) e confluenza. Molte persone giustamente le confondono, non essendo del mestiere. La confluenza è quella che non ci permette di aiutare l’altro e che ci fonde con lui (se tu piangi, io piango insieme a te). Se si cadesse in questo, un terapeuta smetterebbe di lavorare nel giro di pochissimo. L’empatia, invece, è imparare a mettersi nei panni dell’altro mantenendo i propri. Io immagino che ti è morto il gatto, mi metto nei tuoi panni, posso sentire il tuo dolore ma riconosco che il dolore è tuo, non è mio. In base a questo, posso sentire che effetto mi provoca: potrebbe dispiacermi come potrebbe non dispiacermi. Allora io vado a scindere questi due elementi. Come psicologo, ti sono vicino perché sento il tuo dolore, lo riconosco ma riconosco anche il fatto che il tuo dolore non è mio. Questa è la differenza fondamentale e questo ci permette di aiutare le altre persone ed essere loro di supporto. Quando sei assorbito totalmente, invece, è deleterio sia per la relazione d’aiuto che per la propria individualità.

Un consiglio che darebbe ai giovani che vogliono intraprendere un percorso di studi di carattere psicologico?

La differenza la fa sempre l’individuo nella sua individualità. Oggi c’è molta concorrenza in tanti ambienti, anche in quello della psicoterapia e della psicologia. Se una persona ama quello che fa, il mio consiglio è quello di provare almeno a intraprendere il percorso. Capisco che esiste anche un problema di natura economica in questa società in crisi, quindi bisogna comprendere che non c’è più la possibilità di permettersi di fare proprio quello che si vuole. Il lavoro dello psicoterapeuta è un po’ più complesso degli altri giacché, perlomeno all’inizio, richiede la necessità di partire con una base economica. Questo perché non si può mai dipendere dai pazienti. È un paradosso anche questo: in realtà, il paziente è il tuo datore di lavoro, ma tu devi essere al di sopra di questa condizione altrimenti non saresti di aiuto a quella persona. Non puoi permetterti eticamente di trattenerla perché ti paga lo stipendio. È molto complesso. Per far bene questo lavoro, purtroppo, è meglio averne sempre almeno un altro che ti permetta di vivere e di sostenerti economicamente. Chi decide di iniziare questo percorso deve essere cosciente di amare veramente con tutto se stesso la professione. Mi riferisco, in questo caso, alla libera professione perché lo psicoterapeuta può  muoversi anche su tante altre direzioni, ad esempio il dipendente statale o l’insegnante. 

di Lorenzo De Cinque


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