Gian Luca Gasca, quando la montagna e il giornalismo si uniscono - Intervista al ricercatore Gian Luca Gasca
 
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Gian Luca Gasca, quando la montagna e il giornalismo si uniscono

Intervista al ricercatore Gian Luca Gasca

Intervista al ricercatore e giornalista di montagna Gian Luca Gasca. (Foto di Terenzio Ranalli)Sappiamo che si occupa di giornalismo di montagna, come è nata questa passione?

Sono sempre andato in montagna. Prima facevo lo stesso lavoro di mio fratello Danilo, per cui sono stato qui al Festival di Vasto fino al 2013. Metà 2014 ho deciso di cambiare poiché con questo lavoro è difficile arrivare a fine mese, allora ho deciso di seguire una passione. Ho iniziato per gioco facendo una traversata fra le Alpi, da Trieste fino a Nizza, percorrendo le orme di uno scrittore e giornalista della Repubblica, Paolo Rumiz. Ha scritto un libro molto bello, “La leggenda dei monti naviganti” in cui racconta un viaggio lungo l’Appennino con una vecchia Topolino e uno lungo le Alpi. Dopo aver letto quel libro ho notato che dopo 10 anni le Alpi sono cambiate da come le descriveva lui. Io le conoscevo solo in senso di scalate e arrampicate, così ho deciso di vedere cosa ci fosse invece nelle valli. Ho cercato di ricostruire un viaggio che raccontasse la storia delle valli e la cultura dei montanari. Tornato da questo viaggio ho pensato fosse solo una vacanza, fin quando un giorno, un famoso storico di alpinismo mi ha consigliato di scriverci un libro. Da lì è iniziato tutto. Ho scritto un primo libro e, dopo quel viaggio, ne ho fatto un secondo, lungo la catena appenninica, e uno fino al campo base del K2 in Pakistan, la seconda montagna della Terra per altezza dopo l’Everest. Negli anni, mentre facevo questi viaggi, raccontavo quello che vedevo su delle testate specializzate. Ai caporedattori e direttori piaceva come scrivevo e da lì è diventato man mano un lavoro. Oggi ho la fortuna di vivere a pieno questa attività, lavorando per una testata online chiamata Montagna.tv con sito a Bergamo e un’altra cartacea chiamata Meridiani di montagna.

Ci racconti del viaggio a piedi da Torino al K2. Cosa le ha lasciato un’esperienza simile?

Non è stato un viaggio totalmente a piedi. L’idea era quella di stimolare al “turismo sostenibile” in montagna. Dire alla gente che è possibile andare in montagna lasciando la macchina a casa e prendendo l’autobus. Come fare a dimostrarlo? Compiere un viaggio veramente importante qual è stato quello che ho compiuto da Torino al K2 utilizzando solo mezzi pubblici via terra. In autobus attraverso tutta l’Europa fino a Minsk in Bielorussia, in treno fino a Mosca, da lì fino al Kazakistan, ad Almaty. Ho percorso una parte della Transiberiana poi ho preso altri treni che mi hanno portato fino al confine con la Cina. Questo fa riflettere sul fatto che, se riesco a fare un viaggio di oltre 12 000 senza prendere un aereo o una macchina privata, allora è possibile partire da Belluno e andare alle Tre Cime di Lavaredo in autobus. Nel vostro caso, è possibile partire dall’Aquila fino a Campo Imperatore, salire al Corno Grande del Gran Sasso e tornare giù lasciando la macchina a casa. Sostenitore di questo progetto è stato un Club Alpino Italiano, associazione nata intorno al 1800 che racchiude gli appassionati di montagna. È stato un viaggio fatto da solo, durato più di un mese, in cui sono stato tantissimo tempo lontano da tutti. Alienante è stata la prima parte del viaggio ma, allo stesso tempo, ha rappresentato per me il periodo più bello della mia vita. Ho letto tutto ciò che era possibile sugli ottomila e il K2, ho intervistato tutte i protagonisti ancora in vita che hanno scalato quella montagna. Giungere alla base del K2 e non riuscire a vedere nulla, a causa delle nuvole, dopo oltre mezz’ora dall’arrivo, mi ha portato non poco sconforto considerando i kilometri percorsi, il tempo impiegato e la fatica allucinante. Fino a quando è iniziato a tirare un vento fortissimo che ha spazzato via le nuvole aprendomi alla visuale di una montagna di una perfetta forma piramidale, posta all’incrocio di tre ghiacciai.

Consiglierebbe un’esperienza del genere a qualche altro esperto del suo campo?

Molte persone che lavoravano nel mio stesso campo in passato hanno fatto viaggi simili. Fare un viaggio del genere intorno agli anni ‘70/‘80 era normale per avvicinarsi alle grandi montagne della Terra. Non c’erano ancora gli aerei che ti portavano in aeroporti vicino le montagne, così in jeep percorrevi la Hemingway, una strada sterrata che da un lato ha l’Indo, cinque volte il Po ed in quella zona ha un carattere torrentizio, dall’altra parte avevi invece una parete scoscesa dalla quale franavano continuamente massi enormi. Oggi sono molto poche le zone della terra in cui arrivi con questi mezzi però è un’esperienza da fare, non solo se si è esperti, anche un ragazzo potrebbe se solo avesse un buon sostegno economico. Se uno di voi ne avesse la possibilità, sarebbe un’esperienza di vita intensa. Negli anni di cui parlavo prima, chi finiva le scuole superiori, dopo il diploma partiva con i saccopelisti, con lo zaino in spalla in giro per l’Europa, oggi lo si fa con l’Interrail.

Di cosa parla il suo libro “Mi sono perso in Appennino”?

Parla del viaggio che ho fatto lungo l’Appenino partendo dal colle di Caribona, che è il punto geografico d’inizio della catena, si trova 6 km da Savona, e arriva alle Madonie che sono in Sicilia. L’Appennino geograficamente finisce in Aspromonte, geologicamente finisce in Sicilia. Anche quel viaggio è stato finanziato da Club Alpino Italiano e, subito dopo il viaggio per le Alpi, ho deciso di approfondire l’Appennino di cui conoscevo solo il Gran Sasso e la Pietra di Bismantova. Per questo motivo ho iniziato ad informarmi riguardo autobus, treni e mezzi pubblici che mi permettessero di girare tutte le cime, le valli appenniniche e i borghi della pianura. É nato un viaggio molto pesante perché l’Appennino è un luogo che si sta spopolando, dove ci sono delle bellissime realtà ma non c’è una grande comodità. Tutto questo perché ci sono quelle poche persone in un paese che fanno qualcosa di bellissimo per far vivere e dare un senso alla comunità ma resta qualcosa a parte dalle altre realtà. Arrivando verso il centro Italia ero vicino ad Amatrice durante la scossa di 6.5 del 30 ottobre quindi ho raccolto le varie vicissitudini dell’accaduto. In poche parole racconti di un viaggio fatto con mezzi pubblici e a piedi per scoprire cosa si nasconde lungo la spina dorsale d’Italia. Leggendo il libro ne esce fuori una montagna totalmente differente da quella alpina che però ha un mondo da raccontare ed è pari merito di esse, perché a livello umano ho trovato davvero tantissimo.

 Sta lavorando su qualche altro progetto? Cosa ha in mente?

In primavera ci sarà un viaggio in bici lungo il Po per parlare di cambiamento climatico. In questi giorni, sino a quando non è arrivata la nevicata in Piemonte e Lombardia, il Po era di 3 m sotto il livello minimo. Si tratta di una cosa abbastanza attuale capire come si sta influenzando il cambiamento climatico del principale corso fluviale italiano. Fare un viaggio ti permette di raggiungere una massa maggiore rispetto ad un trattato scientifico perché c’è tutta la storia romanzata della pedalata. A luglio dovrei andare in Iran fino in Turchia, sempre con lo stesso metodo utilizzato in Pakistan per scalare una montagna che si chiama Ararat e a dicembre in Patagonia.

Ha qualche messaggio da trasmettere ai giovani?

Se siete abruzzesi, di andare in montagna e non solo al mare. Di fare esperienze che vi portino fuori da casa vostra e non parlo solo delle regioni italiane o i Paesi europei ma anche oltre. Non basta guardare immagini o navigare su internet. Solo viaggiando realmente capisci cosa c’è nel mondo. Questo è utile per lasciare da parte tutti gli stereotipi e approcciarti a culture diverse che non sono poi così diverse.

di Valentina D'Aulerio


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