Alessandro Silvestri: una passione che va oltreoceano - Intervista ad Alessandro Silvestri, ex studente del Liceo Mattioli
 
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Alessandro Silvestri: una passione che va oltreoceano

Intervista ad Alessandro Silvestri, ex studente del Liceo Mattioli

L'intervista ad Alessandro Silvestri (foto di Costanza Vespasiano)Dai banchi di scuola del Liceo Scientifico Mattioli di Vasto fino ad arrivare in Australia. Questo è l’incredibile percorso di Alessandro Silvestri, Dottorando in Relazioni internazionali e Diritto internazionale presso la University of Western Australia. Curiosi delle sue esperienze, abbiamo deciso di porgli alcune domande.

Come è nata la passione per i Diritti Umanitari Internazionali?

All’inizio i miei studi mi portavano più verso il campo delle Relazioni internazionali. Durante la triennale avevo infatti scelto Scienze internazionali e diplomatiche dell’Università di Bologna – Campus di Forlì. Quando ho deciso di fare il grande passo, e andare oltreoceano, avevo comunque stabilito di continuare sul campo delle Relazioni internazionali. Infatti, il mio primo master in Australia è stato in Relazioni internazionali. Ho poi scoperto che l’Università offriva anche un’altra soluzione: il Diritto Internazionale, un master generico con la possibilità di approfondire le conoscenze di tutte le branche del Diritto internazionale. Per questo motivo, ho deciso di provare a dare un senso legale e strutturale a quelli che erano i precetti assimilati nei 4 anni precedenti studiando Relazioni internazionali e Scienze politiche. Uno dei corsi che ho seguito durante il master è stato proprio quello di Diritto umanitario internazionale, di cui non avevo quasi per niente sentito parlare fino al giorno in cui mi sono iscritto. La professoressa era molto in gamba e molto giovane, proprio lei mi ha seguito per la tesi e mi segue adesso per il Dottorato. Ho sempre desiderato mettermi in gioco per imparare e fare sempre di più. Mi sono reso conto che questo campo, che mi era sconosciuto fino ai 23 anni, ha preso velocemente un certo posto nel mio cuore. Se a 18/19 anni mi avessero chiesto: "Cosa ti aspetti di fare tra 5/6 anni?" Di certo non avrei risposto: "Un dottorato in Diritto umanitario internazionale". Questa passione è stata folgorante, come un amore a prima vista, e mi ha portato a scrivere una tesi sul ruolo dei cittadini all’interno delle guerre. Mentre facevo i miei studi e le mie ricerche, ho trovato tutta una serie di gap all’interno della comprensione del ruolo dei cittadini nell’urbanizzazione della guerra e nei trend moderni bellici. Per questo motivo, ho deciso di scriverci un piccolo assignment, i cui risultati sono stati particolarmente apprezzati dalla mia professoressa. L’assignment, però, era molto piccolo per poter essere un lavoro corposo e allora la mia professoressa mi ha esortato a scrivere una tesi molto più ampia sull’argomento. Ho colto la sfida e ho speso un semestre a lavorare sulla stesura di questa tesi. È proprio così che ho scoperto quello che voglio fare veramente nei prossimi anni perché mi sono reso conto di tutto il materiale che esiste e tutto ciò che posso riuscire a fare. La tesi ha avuto un risultato inaspettato che mi ha fatto decidere di continuare con il dottorato perché ci sono troppi buchi all’interno della materia che bisogna colmare. Il ruolo dei cittadini è cambiato, una parola diversa può costare la vita ad una persona innocente che non c’entra niente con la guerra. Ho  deciso di intraprendere questo tipo di carriera perché è un percorso portato a salvaguardare la vita di innocenti durante le guerre.

Nel corso della storia, prima della Grande Guerra, quali tentativi di pace internazionale abbiamo? Come si sono evoluti nel tempo?

L’utilizzo di trattati internazionali per garantire la pace nel corso della storia è riscontrabile per la prima volta nel Trattato di Westfalia del 1648 che viene considerato da molti accademici l’inizio dell’epoca moderna del Diritto internazionale e delle Relazioni internazionali. È molto dibattuto perché secondo alcuni, il trattato era solamente il cristallizzarsi di situazioni che si erano evolute con il tempo però a livello simbolico è possibile prenderlo in considerazione. Questo trattato ha definito i territori di tutti gli Stati con la loro libertà di poter esercitare un pensiero politico e religioso senza interferenze da parte degli Stati confinanti. All’epoca, infatti, non c’era questa concezione di rispettare il proprio “vicino” poiché c’era l’idea che la propria struttura fosse la migliore e bisognava “imporla” anche al di fuori del proprio Stato. Ne è un esempio l’Impero romano: non c’era l’idea di rispettare i propri vicini, le loro professioni religiose o la loro struttura politica. Da Westfalia, invece, si è creata questa forma di rispetto verso le strutture socio-politiche e religiose degli altri Stati. Questo, quindi, ha creato un periodo di pace abbastanza duraturo ed allo stesso tempo questo scacchiere internazionale che è la forma statale. Il filosofo Weber aveva parlato di avere un territorio, un potere che si può applicare su quel territorio e quindi il concetto di nazione. Quello Stato è nazione come sentimento popolare. Questi concetti di Weber si possono ritrovare dal 1648 in poi e in un certo senso si arriva a quello che magari voi chiamate “pace”, anche se, come ben sappiamo, “pace totale”, è un concetto sfortunatamente utopistico.

Facendo parte di un ente superiore, l’Unione Europea, l’Italia è stata costretta a cedere parte della propria sovranità. Conviene sempre stare ai dettami di Strasburgo o bisogna cercare di non farsi mettere “i piedi in testa” rischiando di entrare in un nuovo conflitto?

Devo fare prima una premessa. Nel Diritto umanitario internazionale non bisogna parlare di politica, soprattutto se una persona è vicina alla Croce Rossa, giacché, essendo un’organizzazione non governativa, le persone, al loro interno, sonoAlessandro Silvestri (foto di Costanza Vespasiano) obbligate a non parlare di politica. Questo perché, nel momento in cui ci dovesse essere una potenziale guerra, uno Stato, a cui magari sono state rivolte delle accuse o delle critiche, non avrà tanta voglia di parlare con chi lo ha accusato, pertanto le persone che si trovano all’interno della Croce Rossa e nel Diritto umanitario internazionale sono portate sia per ragioni di lavoro che per ragioni di scelte a non fare commenti politici.

Le persone che scappano da conflitti sono persone che hanno decisamente diritto a tutele. La fortuna nostra è che non conosciamo una guerra da settant’anni. Questa, però, non è una fortuna che possiamo attribuire anche a loro. Un mio pensiero di base è che non scegliamo dove nascere. Noi abbiamo avuto la fortuna di essere nati in un Paese del primo mondo, con la possibilità di avere un’educazione e un piatto caldo. Ci sono persone al mondo che non hanno scelto di nascere durante una guerra e hanno diritto ad avere un tenore di vita magari simile al nostro, se non uguale. Ovviamente stanno sperimentando cose che non hanno chiesto. Non penso che qualcuno si svegli la mattina e affermi di volere un conflitto.

A livello dell’Unione europea, io ho fatto un anno a Maastricht studiando Diritto dell’Unione europea. Il processo di armonizzazione che dà l’Unione europea tutti i giorni in tutti i settori è molto importante. Ho avuto modo di parlare con alcune persone, con degli imprenditori locali che criticavano i dettami dell’Unione europea, magari nello specificare la provenienza e le modalità di produzione del prodotto. È vero, ci sono anche delle spese extra legate alla produzione di determinati prodotti però questo perché l’Unione europea ha degli standard, sanitari soprattutto, molto elevati però se ci riflettiamo questi standard sanitari elevati sono rivolti proprio a noi. Questo ovviamente è solo un esempio. Inoltre, i consumatori siamo noi e sicuramente abbiamo molte tutele socio-culturali da parte dell’Unione europea. Capisco come possa gravare su un imprenditore che ha delle obbligazioni che prima magari non aveva però la verità è che puoi essere sicuro che nel momento in cui andrai al supermercato o farai qualsiasi altra cosa, tu sarai tutelato. Non ti devi spaventare di altre cose perché ovviamente dai per ricevere. Se vuoi ricevere alti standard, devi essere pronto a dare.  Bisogna dare, bisogna cedere sovranità, però riceviamo molto. Riceviamo importanti tutele, riceviamo il fatto di essere parte di qualcosa di grande per fronteggiare anche a livello internazionale quelle che sono grandi potenze come gli Stati Uniti d’America o la Cina. La Gran Bretagna, ad esempio, non è in grado di fronteggiare da sola un mercato così grande e importante come quello globale se non insieme ai nostri partner europei. Io credo ancora nel progetto europeo e avendo detto questo, diciamo che da studente di Diritto umanitario internazionale, quello che posso dire è che qualsiasi cosa succederà all’Unione europea nei prossimi anni, l’importante è non perdere di vista quelle che possono essere le considerazioni umanitarie.

Se un giorno ci dovesse essere una Terza Guerra Mondiale, secondo te quali potrebbero essere i motivi?

Innanzitutto, non mi auguro per niente una Terza Guerra Mondiale. Penso che, come sempre, tra le ragioni che stanno alla base di una guerra abbiamo sempre il ritorno del populismo. Il populismo c’è sempre stato nel secolo scorso dietro tutte le guerre e i conflitti minori che si sono presentati. Per quanto sia importante mantenere un’identità, non è giusto che questa sfoci nell’estremismo. La mia paura è che nel caso dovesse ripetersi un errore di questo tipo, si debba di nuovo ritornare al discorso del populismo. Diciamo sempre che la storia possa e debba fare da insegnante e come diceva Primo Levi “Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” e questo ci dà la possibilità di non ripetere determinati errori in futuro. Spero che queste parole si tramutino in realtà, però la storia ha trovato in più momenti l’opportunità di ripetersi, soprattutto in negativo. Per dare una risposta secca alla vostra domanda, ho paura del populismo perché il populismo molte volte genera odio e l’odio molte volte sfocia in violenza. Ora, una Terza Guerra Mondiale, per quanto ci possano essere delle modalità di combattimento ancora “vecchio stampo” (nucleare, bombe…), non penso che verrà mai combattuta seguendo queste modalità. Non voglio essere pessimista e voglio pensare che un altro eventuale conflitto internazionale abbia più sbocchi a livello economico, per esempio utilizzando degli embarghi o cose di questo tipo, perché i nuovi proiettili sono i soldi. Questo perché viviamo in un mondo altamente dipendente dalle risorse economiche. Non voglio pensare che si arrivi ad una questione di annichilimento dell’umanità, penso invece che prenderà forme diverse, quindi l’economia e ovviamente cose un po’ più blande che non debbano per forza causare delle fatalità. Da studente di Diritto umanitario internazionale, sono entrato in contatto con delle tipologie di armi che onestamente fanno molta paura, per esempio i laser accecanti, un’arma che basta puntare sul nemico per farlo diventare cieco. Parliamo di sofferenze superflue, inopportune e sicuramente eticamente e moralmente dubbie. Bisogna pensare alle conseguenze ma soprattutto alle persone che rimangono a doverle scontare. Il mio compito da studente della materia è di evitare proprio questo tipo di risultato: un utilizzo indiscriminato di armi nei confronti della popolazione civile. È qui che si inserisce anche un discorso di diritti umani, un’altra branca del Diritto internazionale. Ci sono delle convenzioni e dei trattati internazionali che vanno a salvaguardare i diritti delle persone e molte volte, come è giusto che sia, i Diritti umani e il Diritto umanitario internazionale devono lavorare insieme per poter raggiungere gli obiettivi prefissati, ovvero che la guerra pesi il meno possibile sulle persone innocenti ma anche sulle persone coinvolte per non cadere nel tranello della sofferenza, di qualcosa che non è strettamente necessario per “vincere” un conflitto. Quando una cosa ci è lontana è facile parlare; la sofferenza arriva sia fisicamente che psicologicamente per chi rimane.

di Lorenzo De Cinque


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