Ezio Abbate: raccontare una storia senza parole né musica - Intervista allo sceneggiatore del cortometraggio "Frontiera"
 
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    Ezio Abbate: raccontare una storia senza parole né musica

    Intervista allo sceneggiatore del cortometraggio "Frontiera"

    L'intervista allo sceneggiatore Ezio Abbate (foto di Ludovica Valente)Mercoledì 2 Marzo, in occasione della presentazione di "Frontiera", cortometraggio vincitore del David di Donatello, realizzato dal regista vastese Alessandro Di Gregorio, abbiamo avuto la possibilità di rivolgere alcune domande all'ideatore del cortometraggio: lo sceneggiatore Ezio Abbate.

    Come è stato confrontarsi con un tema imponente come l’immigrazione, tanto sentito dall’opinione pubblica?

    È stato estremamente importante e delicato. Sapevamo che avremmo affrontato un argomento molto attuale. L’idea ci è venuta in mente quasi quattro/cinque anni fa, quando questo tema non era ancora così forte nelle cronache del giorno. Avendo la consapevolezza di affrontare un tema delicato, la cosa importante è stata trovare un’idea che fosse la più originale possibile e abbiamo pensato di raccontare il cortometraggio attraverso due punti di vista abbastanza inediti, ovvero due ragazzi che si ritrovano a lavorare in una sorta di catena di montaggio che viene realizzata dopo uno di quei famosi naufragi che, purtroppo, capitano nei nostri mari. Queste due persone, in realtà, non avevano nulla a che fare con il naufragio fino al momento in cui non arrivano sull’isola e scoprono che uno diventerà il sommozzatore che sarà incaricato di scendere sott’acqua e recuperare tutte le salme delle persone affogatene l’altro ragazzo, il più giovane, scoprirà di essere coinvolto nella parte finale di questa catena di montaggio, ovvero l’identificazione e una degna sepoltura. Questa, quindi, è una storia di amicizia tra due ragazzi che non sapevano granché di quello cui stavano per andare incontro, vivono questa giornata terrificante e nel frattempo si scoprono, si conoscono e in qualche maniera diventano amici.

    Come si può commuovere senza un dialogo? Qual è il segreto del muto?

    Questa, forse, è stata la parte più complicata della nostra avventura perché il cinema è nato muto, non lo è più stato per tanti anni e la nostra sfida è stata proprio quella di farlo tornare un po’ alle origini. Strada facendo, infatti, abbiamo tolto anche quei pochi dialoghi che avevamo pensato soprattutto per il finale e ci siamo resi conto che il tutto senza dialoghi avrebbe funzionato, anzi, forse sarebbe stato ancora meglio. In più, abbiamo eliminato anche quella che secondo noi era la voce di questo film, ovvero la colonna sonora. Avevamo pensato a una colonna sonora molto importante, quasi come se fosse il terzo protagonista di questa storia. Il film ha due protagonisti e noi ci immaginavamo che la musica potesse essere il terzo. Poi, invece, ci siamo resi conto che anche la musica poteva essere accantonata e durante il montaggio del film, completamente senza dialoghi e senza musica, questo avrebbe lasciato allo spettatore solo quello che accade davanti i suoi occhi e i rumori. Per noi era una sfida vinta.

    In una società ultimamente votata all’odio, che impatto può avere un cortometraggio simile?

    Sinceramente non lo so. Quello che abbiamo cercato di fare noi nel nostro piccolo, in questo caso in un film, è stato raccontare una storia che potesse dare un’emozione a chi la vedesse e in questo caso un’emozione che ti mettesse di fronte, senza schermi, a quello che realmente accade dopo un naufragio. Noi siamo abituatissimi e, forse, anche disabituati a percepire a livello emotivo quello che accade nei nostri mari perché quasi ogni giorno ci sono articoli, servizi di giornale e dibattiti politici ma poi, in realtà, la verità cruda non abbiamo la possibilità di vederla con i nostri occhi. Per noi, quindi, il massimo era affrontare questo tema portando lo spettatore dentro le storie che vivono le persone attorno a queste tragedie, in questo caso un ragazzino necroforo e un ragazzo sommozzatore.

    Altre idee in cantiere?

    Idee ce ne sono sempre tante, tantissime. È un momento estremamente ricco per tutte le persone che lavorano nel cinema e nella televisione. Tutto il mondo guarda l’Italia come una grande risorsa. Io sto scrivendo serie per Netflix, ho sceneggiato Suburra, e le opportunità sono tantissime, bisogna saperle cogliere. In particolar modo, con Alessandro è da tempo che cerchiamo di fare qualcosa di più lungo di un cortometraggio e adesso, con il David di Donatello, soprattutto per Alessandro la strada sarà più in discesa del normale, quindi adesso stiamo lavorando alla ricerca dell’idea più giusta, che non è facile. Dopo un cortometraggio di successo, non tutti ti danno la possibilità di sbagliare quindi dovremo sicuramente selezionare per bene le idee insieme al produttore e alle persone che ci vogliono bene per riuscire a trovare l’idea più giusta. Di idee ce ne sono tante, inutile raccontarvele, anche perché non sappiamo ancora quella che poi andremo a sviluppare.

    di Lorenzo De Cinque


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