L’infinita speranza di un ritorno: vita e poesia di Antonia Pozzi - Ultimo incontro dei Giovedì Rossettiani dedicato alla vita di Antonia Pozzi
 
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    L’infinita speranza di un ritorno: vita e poesia di Antonia Pozzi

    Ultimo incontro dei Giovedì Rossettiani dedicato alla vita di Antonia Pozzi

    L'attrice Elisabetta Vergani nei panni della scrittrice Antonia Pozzi. (Foto di Mariasole Desideri)Il 4 aprile si è tenuto, presso il Teatro Comunale Rossetti di Vasto, l’ultimo incontro dei Giovedì Rossettiani, dedicato questa volta alla breve ma intensa vita della poetessa lombarda Antonia Pozzi, interpretata da Elisabetta Vergani. L’attrice si è cimentata in un monologo che ha ripreso i tratti salienti della travagliata vita della poetessa.

    La sua poesia si dirama attraverso numerose peripezie: passando da amanti che hanno tentato numerose volte di sottometterla, a scelte stilistiche discusse dalla stessa autrice, dalla voglia di tornare nel suo paese nativo, Pasturo, alle sue innumerevoli foto, fino a giungere alle lettere di sfogo indirizzate alla nonna, suo punto di riferimento. I suoi tormenti giungono al termine il 3 dicembre 1938, a Milano, in via Mascheroni, a poche settimane dalla promulgazione delle reggi razziali.

    La rappresentazione ha esplorato l’esperienza di una donna estremamente attuale che, nonostante gli impedimenti dovuti a uomini gelosi della sua incredibile intelligenza, è riuscita a produrre circa 300 poesie e oltre 8000 foto. Tutte le sue produzioni verranno pubblicate postume, dopo il ritrovamento del suo diario. La vita di Antonia Pozzi vuole essere un messaggio a tutte le donne, perché niente è impossibile; le donne forti non hanno bisogno di un uomo al proprio fianco per sentirsi realizzate.

    Noi della redazione Mattioli's Chronicles abbiamo avuto l'opportunità di porre all'attrice Elisabetta Vergani alcune domande.

    Da dove è scaturita l’idea di raccontare la breve ma intensa vita di Antonia Pozzi?

    È stata una cosa totalmente casuale e inaspettata. Stavo lavorando su un altro testo, un altro spettacolo, a Milano, e un’amica mi ha regalato il libro di poesie di Antonia Pozzi, di cui io non sapevo assolutamente niente. Qualche giorno dopo dovevo andare a Roma per lavoro e, durante il viaggio, ho letto il libro. Come dice Emily Dickinson, un’altra poetessa che amo tanto, senti che è vera poesia quando la sensazione che provi leggendo la poesia che ti illumina, che ti prende, è quasi fisica. Sono tornata a Milano, sono andata in una libreria e ho chiesto di Antonia Pozzi: non credevo possibile che io, pur essendo di Milano, non ne sapessi nulla. Mi hanno dato in mano due biografie. Una si chiama “per troppa vita che ho nel sangue”, che è uno dei versi di una delle sue famose poesie, ed è di una scrittrice che si chiama Graziella Bernabò. Ho comprato questa biografia, l’ho letta tutta, ho telefonato alla scrittrice, l’ho invitata a teatro a vedere il mio spettacolo e le ho detto: “io voglio portare in scena Antonia Pozzi”, perché la storia di Antonia Pozzi è una storia bellissima, magica, meravigliosa, in cui io mi riconosco e ci sono tante cose che mi piacciono. E da lì siam partiti.

    Quali aspetti del suo carattere e della sua personalità sente di condividere con la Pozzi?

    Il grande amore per la vita. Questa troppa vita che aveva nel sangue. Il desiderio di condividere, di guardare le cose, come dice lei, le “anime sorelle”. Il voler “diventare ciò che si è” come dice Nietzche. Il voler vivere una vita in cui il pensare e il sentire sono due cose che vanno insieme, non diverse. L’amore per la natura. L’amore per le persone. L’amore laico: la Pozzi non credeva in Dio come non ci credo io, però aveva un grande senso di spiritualità. L’amore per le montagne, per i bambini, per la vita. Il grande amore per la vita. Forse questa troppa vita l’ha portata anche a fare una scelta estrema. Quello che tengo sempre a dire è che io credo che, anche grazie alla riscoperta ad opera delle pubblicazioni dei suoi testi, di spettacoli e film fatti su di lei, del grande lavoro filologico effettuato sulla sua opera, delle traduzioni, oggi Antonia Pozzi è più viva di quanto lo fosse stata nella sua breve vicenda biografica.

    Come si può descrivere l’esperienza di narrare i pensieri della poetessa?

    Li devi fare tuoi, in qualche modo. Leggendoli, studiandoli. C’è stato un grande lavoro di studio durante la preparazione di questo spettacolo, fatto nel 2012 a Milano in occasione del centesimo anniversario della sua nascita, dentro altre iniziative, chiamando il tutto “Buon Compleanno Antonia”. L’anno prima abbiamo abitato nella casa di Antonia Pozzi, a Pasturo, in Val Sassina. Lei è morta nel ‘38, la sua mamma negli anni ‘80, ed ha lasciato tutto ad alcune suore, che l’hanno accudita per tutti questi anni. Una delle suore, della congregazione a cui sono stati lasciati tutti i beni materiali e immateriali di Antonia Pozzi, l’ha studiata per una tesi di laurea. È grazie a quello che è venuta fuori. Antonia Pozzi non ha pubblicato, in vita, nessuna poesia, quindi è stata tirata fuori dal nulla da questa suora. L’esperienza di raccontarla è meravigliosa. Lo studio sulle sue carte, sui suoi diari, sulle sue lettere, sulle sue poesie… e molto spesso l’interazione che c’è tra i diari e le poesie. Lei ha scritto circa 330 poesie, e le fotografie scattate da lei sono più di 8000. Entrare nella vita di un altro e farla propria è sempre un’esperienza meravigliosa.

    Cosa ha comportato una figura del calibro di Antonia Pozzi nel mondo di allora? La società era pronta ad accettare una donna nel mondo della scrittura o era ancora un tabù?

    Bella domanda. No, non era pronta per niente. Antonia Pozzi era troppo eccentrica rispetto al proprio tempo. Era molto più avanti, non è stata minimamente capita. Il fatto che non abbia mai pubblicato nessuna poesia è in parte una sua responsabilità, essendo molto insicura, ma era anche demonizzata dai suoi compagni che, come avete visto nello spettacolo, le dicevano di scrivere “il meno possibile”. Penso che sia stata, e sia, una grande poetessa e una grande donna, ma sfortunata, vissuta in un tempo che non l’ha capita.

    di Mariasole Desideri

    di Sara Della Gatta


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