Moby Dick, la storia travolgente della memorabile balena bianca - Spettacolo del gruppo teatrale del Mattioli dedicato all’opera di Melville
 
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    Moby Dick, la storia travolgente della memorabile balena bianca

    Spettacolo del gruppo teatrale del Mattioli dedicato all’opera di Melville

    Intervista a Francesco Cervellino. (Foto di Mariasole Desideri)"Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa, avendo pochi denari in tasca e nulla di particolare che mi interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione per vedere la parte acquea del mondo".

    Così i ragazzi del Polo Liceale Mattioli di Vasto danno inizio alla loro rappresentazione teatrale dal titolo Moby Dick. Quest'anno la scelta del gruppo teatrale e del direttore artistico Francesco Cervellino è ricaduta sul romanzo di Melville con la traduzione di Pavese, il tutto incorniciato dalla favolosa colonna sonora di Vinicio Capossela, con lo scopo di ridare vita alla storica balena bianca. L’intento è proprio quello di far conoscere lo splendido romanzo alle nuove generazioni attraverso il teatro, e sarà anche un interessante campo di prova per i ragazzi impegnati nella rappresentazione. Lo spettacolo verrà presentato agli studenti del nostro Istituto e delle altre scuole di Vasto nelle mattine del 3 e del 4 maggio; ci sarà inoltre uno spettacolo la sera del 4 maggio, alle ore 21:00, totalmente dedicato alla cittadinanza. Un’entusiasmante avventura alla scoperta delle proprie debolezze e fragilità, una lotta contro lo stesso Dio. "Che Dio dia la caccia a noi se non diamo la caccia a Moby Dick".

    In occasione di questo spettacolo, abbiamo avuto l'occasione di intervistare il direttore artistico Francesco Cervellino.

    Come è nata l’idea di creare un gruppo teatrale interamente dedicata agli studenti del Polo Liceale  Mattioli e come, tale idea, si è evoluta nel tempo?

    L’idea è partita l’anno scorso. Un mio collega dell’università faceva un progetto simile nelle Marche, dal suo esempio è venuta voglia di provare anche a me e perché non provare con la mia ex scuola? Per di più ho scoperto che c’era un gruppo teatrale già attivo da qualche anno, autogestito dai ragazzi, per cui è stato molto bello per me mettermi d’accordo direttamente con i ragazzi e ripartire con questo laboratorio.

    Quanto impegno e lavoro c’è dietro la realizzazione dello spettacolo Moby Dick che andrà in scena questo fine settimana?

    Dietro Moby Dick ci sono più di un anno e mezzo di sogni ad occhi aperti e di una voglia matta di raccontare questa storia. Leggendola penso di essere stato folgorato dalle parole di Melville, in effetti invito tutti a leggere questo libro perché è davvero un’opera d’arte.

    Come è nata l’idea di renderlo uno spettacolo?

    Per puro caso, mentre io lo stavo appunto leggendo con un entusiasmo incredibile, un giorno un mio amico mi dice di conoscere un album in cui ci sono delle canzoni di Vinicio Capossela su Moby Dick. A me piaceva già tanto Capossela e ascoltando queste sue canzoni si sono concretizzate nella mia mente delle immagini su una regia teatrale, sulla possibilità di poter mettere in scena questa storia complessissima. Moby Dick ha diversi problemi a livello drammaturgico: per metà del libro non succede niente, poi, a un certo punto c’è un catalogo di balene che occupa quasi 100 pagine. All’epoca si credeva che le balene fossero pesci, quindi 100 pagine da prendere e buttare direttamente. L’opera ha dei buchi di trama davvero grandi eppure ha un messaggio talmente forte che bisognava dirlo in qualche modo, bisognava raccontare una storia cosi.

    Qualche retroscena?

    La costruzione della scenografia: mi sono chiuso due settimane intere nel garage dello scenografo a lavorare con attrezzi che non avevo mai toccato in vita mia. Sono contento perché sento questa scenografia importante, sono soddisfatto di averla realizzata anch’ io con l’aiuto dello scenografo. Mi è piaciuto anche il fatto che, fuori dell’ambiente scolastico, si è attivata una rete di aiuti: siamo riusciti a registrare le canzoni, ci siamo fatti costruire la scenografia e ci stanno aiutando tanto con locandine e promozioni. Con la mia associazione Art9 stiamo riuscendo a fare un bel lavoro al di fuori dal palco. L’anno scorso ho dovuto fare tutto da solo e la cosa mi ha fatto alquanto uscire di testa.

    Come è nata questa particolare visione del coro?

    Sempre mente ascoltavo una di queste canzoni di Capossela, mi è venuta in mente la bianchezza della balena; c’è una grande regola della drammaturgia quando devi riempire un teatro: devi rappresentare tutti quelli che si siedono nel teatro, donne, uomini, bambini se ci riesci, ricchi, poveri, ladri; più personaggi rappresentano il popolo più il popolo ti viene a guardare perché si sente rappresentato e il grande problema di Moby Dick è l’assenza della donna: non c’è nessun personaggio femminile; ascoltando i brani mi è venuto in mente di poter trasformare l’assenza della donna nei fuochi, nello spirito, in questa creatura mostruosa che divora tutto, perché alla fin fine l’uomo senza la donna finirebbe nell’oblio. Donne vestite di bianco rappresentano la balena rappresentando in realtà tutto.

    Come hanno reagito i ragazzi alla proposta di inscenare uno spettacolo cosi rinomato e importante?

     Devo dire che l’entusiasmo non è stato cosi grande anche perché molti lo sapevano perché glielo avevo detto già dall’anno scorso quindi, avendo idea che si potesse fare Moby Dick ,non avevano questa grande sorpresa. La reazione immediata è stata: “che cos’è questa cosa senza nome?” come dice lo stesso Acab. All’inizio c’è stato forse un po’ di smarrimento ma poi ho visto, lezione dopo lezione, che sono riusciti a comprendere cosa vuol dire questa storia e soprattutto a comunicarla. Reputo importante il percorso perché lo stesso libro è un percorso, la creazione di uno spettacolo è un percorso.

    Quali sono le aspettative per il premio Gaber di quest’anno?

    Quest’anno il tema è “libertà di espressione”. L’anno scorso il tema era “regimi dittatoriali e violenza” e noi abbiamo portato uno spettacolo ambientato nel regime franchista in cui alla fine, per la violenza, muoiono tutti tranne l’ultimo che decide di perdonare; penso che non ci fosse uno spettacolo forte come il nostro su quel tema ma purtroppo non abbiamo vinto. Ci aspettiamo più che altro che sia una bellissima esperienza per i ragazzi. E’ bello stare là tutti insieme e fare quei laboratori perché quelli del Gaber sono professionisti, sono molto bravi. Noi andiamo sempre con l’aspettativa di poter vincere perché lo spettacolo c’è, poi è la giuria a dover decidere, noi andiamo lì a dare il massimo, questo è poco ma sicuro, se la giuria sarà d’accordo con noi magari vinceremo qualcosa.

    Una curiosità, qual è stato il ruolo più strano che hai mai interpretato?Francesco Cervellino

    Probabilmente è stato quello del pescivendolo un po’ donnaiolo in uno spettacolo su un’opera di Brecht intitolata “Dell’infanticida Maria Farrar”, uno dei più belli in cui abbia mai recitato. La storia è inscenata nel mercato di un paese, durante un processo, quello di una serva di 16 anni accusata di infanticidio. La cosa divertente è stato il fatto che io stesso, donnaiolo, ho accusato ed etichettato questa ragazza.

    In un futuro prossimo, quale strada ti piacerebbe percorrere?

    Mi piacerebbe sicuramente continuare il mio percorso formativo e ovviamente continuare a studiare. Sono laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo e, nei miei anni da universitario,  ho tenuto e assistito a diversi laboratori in giro per l’Italia e in Francia; ho lavorato con dei maestri che ringrazierò per sempre per gli insegnamenti che mi hanno dato. Ho anche conseguito la specialistica in Teatro e Commedia all’italiana, quindi il teatro di maschere.

    Ultimamente ho scoperto questa mia vena da scrittore, mentre fino ad ora sono stato in scena solo nei panni di attore. Ad essere sincero, però, non mi sento né l’uno né l’altro, mi sento più una figura di mezzo ovvero quella del regista. Spero che il mio percorso possa continuare in una prestigiosa istituzione qual è l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico.

    Un consiglio ai ragazzi che intendono intraprendere un percorso all’interno del mondo del teatro?

    Prima di tutto, mai arrendersi. Imparare a fare tutto, perché fare teatro non significa solo recitare. Il teatro è capire come funziona un faretto in modo da potersi mettere meglio in luce, capire come disporre una scenografia. Il mestiere del teatranti è più un problem solving, quindi bisogna essere pronti ad affrontare di tutto, e non solo parlare. Al giorno d'oggi chi vuole imparare questa professione deve adattarsi ad un mercato che vede purtroppo poche entrate e molte uscite.

    Un’altra cosa in cui credo fortemente è che nel teatro è fondamentale la collaborazione perché, anche se avessi la più grande storia da raccontare, se fossi da solo sarei in grado di esporla solo a poche persone. Più persone siamo a raccontarla, più forza assume ciò di cui stiamo parlando. L’unione a teatro, quindi, è tutto. E’ un passarsi la palla: se si riesce a fare un bel “passaggio” di parole, così come nel calcio, si è in grado di convincere chiunque sia seduto su quelle poltroncine, si può essere in grado di far riflettere a tal punto le persone da farle uscire da teatro con una nuova idea, una nuova convinzione.

    Devi sentire ciò che vuoi trasmettere con il tuo spettacolo, devi interiorizzare il personaggio e farlo tuo. Leggere, fare pratica, stare attento agli insegnamenti, ma anche buttarsi nelle occasioni.

    di Chiara Magnifico

    di Mariasole Desideri


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