Luca Serianni ci svela i segreti del nuovo Esame di Stato - Incontro e intervista al linguista e filologo Luca Serianni
 
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    Luca Serianni ci svela i segreti del nuovo Esame di Stato

    Incontro e intervista al linguista e filologo Luca Serianni

    Il dott. Luca Serianni (foto di Ludovica Valente)Giovedì 9 maggio si è tenuto, presso il Liceo Scientifico “Galileo Galilei” di Lanciano, nell’ambito del premio letterario “Benedetto Croce”, un incontro con il linguista e filologo Luca Serianni. Il convegno si è svolto in due momenti, nei quali il letterato ha potuto spiegare la nuova modalità dell’esame di Stato, ma anche rassicurare i ragazzi con qualche dubbio a riguardo.

    Come si svolgerà quindi questa prima prova, ovvero quella di italiano? “Un buon lettore è sicuramente nelle condizioni migliori per sostenere la prova di italiano” afferma Serianni. Un ottimo modo di prepararsi è informarsi su argomenti generici prima di affrontare il testo, in particolare la Tipologia C. In secondo luogo, uno dei requisiti fondamentali richiesti in questo esame è sicuramente una conoscenza approfondita dei riferimenti culturali che, come dice il filologo, sono già intrinseci in noi giovani.

    Serianni ha elencato gli indicatori con i quali verranno valutati i testi delle tre tipologie: azione, pianificazione e organizzazione del testo, coerenza, ricchezza e padronanza lessicale, comprensione del testo, correttezza grammaticale, ampiezza e conoscenza dei riferimenti culturali. In seguito, ha risposto a domande poste da alcuni alunni, che hanno riguardato la cittadinanza, lo sviluppo della prova orale e la modalità di scrittura in merito alle opinioni personali.

    Le aspettative dei ragazzi sono state pienamente soddisfatte e sono stati sfatati certii miti grazie a questo confronto, necessario per chiarire alcuni aspetti relativi alla nuova prova d’esame. La redazione del Mattioli’s Chronicles ha avuto occasione di porre alcune domande al dott. Serianni.

    Lei ha presieduto la commissione che si è occupata dei miglioramenti da apportare all’esame di Stato, soprattutto alla prima prova. Quali sono gli obiettivi didattici ed educativi del lavoro che avete svolto?

    Sono obiettivi volti a migliorare complessivamente le prestazioni dei ragazzi, cercando di agganciarli a verifiche che permettano di valutare la competenza complessiva, culturale e anche specificamente la competenza linguistica, nei requisiti fondamentali, come la testualità, cioè la capacità di svolgere un discorso argomentato e coerente, e anche, naturalmente, nella padronanza lessicale, che è un requisito importante e da sempre, del resto, considerato tale nella scuola.

    Durante la prova orale dell’esame di Stato verranno necessariamente toccate tutte le materie o è possibile che qualcuna venga tralasciata?

    Sarà inevitabile che qualcuna venga tralasciata perché si è sostituito al modello parcellizzato, in cui ogni insegnante interrogava l’alunno sulla sua materia, il modello complessivo, che vuole accertare la capacità dello studente di muoversi all’interno di un orizzonte, di un percorso più ampio. Quindi inevitabilmente alcune materie saranno sacrificate e questo è un problema obiettivo che si pone per quelle materie di indirizzo molto tecnico e specifico che esistono in molte scuole del comparto tecnico/professionale.

    In merito alla recente modifica della prima prova d’esame, quella di italiano, vi sono state opinioni discordanti. Il cambiamento effettuato ha infatti posto la storia in un’ottica di trasversalità in tutte le tracce, mentre alcuni sono rimasti delusi dall’eliminazione della traccia che prevedeva il tema di preciso ambito storico. Qual è il suo punto di vista in merito? Era preferibile una traccia riservata alla storia o l’attuale collegamento trasversale con i vari temi?

    Secondo me è decisamente preferibile il collegamento trasversale tra i vari temi. Del resto, le simulazioni che sono state date coinvolgono ampiamente la storia del Novecento. Il tema storico, che molti storici di professione rimpiangono, in realtà era scelto dall’1% degli studenti, quindi era chiaramente un tema che non funzionava. Se si vanno a guardare le tracce che venivano date negli anni precedenti, si vede che questi erano temi implausibili, difficilissimi, che richiedevano una professionalità da storico, non da studente, per quanto bravo, di una scuola superiore. Noi eravamo e siamo molto sensibili all’importanza della storia però, proprio per questo, vogliamo che questa padronanza emerga in modo efficace e il vecchio tema storico non assicurava minimamente uno spazio adeguato alla storia.

    Secondo il Rapporto SDG (Sustainable Development Goals), il 34,4% degli studenti italiani che frequentano il terzo anno della scuola media non raggiunge un livello sufficiente di competenza alfabetica. Quali possono essere cause e conseguenze di questa situazione?L'intervista al dott. Luca Serianni (foto di Ludovica Valente)

    Questo è un grave problema che riguarda la popolazione italiana nel suo insieme, quindi anche il fenomeno, noto come analfabetismo funzionale, che riguarda gli adulti che hanno avuto una formazione più o meno precaria e che poi regrediscono rispetto a questi livelli. Specificamente per l’universo giovanile, dobbiamo dire che le occasioni di riflessione critica sulla realtà sono forse minori. Il problema non è tanto rappresentato dal tempo di lettura: si può leggere tutto quello che si vuole in rete, ma dai ritmi di questa lettura, che sono estremamente rapidi e puntiformi e si traducono in una delle manifestazioni comunicative più tipiche di oggi: il twitt. In realtà, la lettura di un testo complesso richiede i suoi tempi, richiede un metabolismo, cioè un lavoro di assimilazione più lento. Quel lavoro, del resto, che ogni ragazzo che continui gli studi farà leggendo uno dei manuali universitari, dal diritto all’economia alla biologia. Se questo allenamento ai tempi di lettura, alla riflessione, non è educato fin dalla scuola media, certamente il livello complessivo si abbassa, si precarizza, come si dice, con il rischio poi di una regressione a livelli molto più bassi in età adulta.

    Cosa pensa della regionalizzazione in ambito scolastico? Può portare ad una distinzione in scuole di serie A e scuole di serie B?

    Questo va assolutamente evitato, è un rischio se l’autonomia di alcune regioni di cui si parla comporti la perdita della struttura unitaria del pacchetto d’istruzione. L’idea di differenziare le varie regioni sul piano della qualità è evidentemente un rischio che non si può assolutamente correre. L’istruzione, per definizione, è un bene condiviso e indivisibile.

    Pensa che ad oggi le lauree umanistiche possano essere ancora utili per l’odierno mercato del lavoro? Un buon motivo per intraprendere questo tipo di studi?

    Il motivo è legato a qualunque scelta universitaria: se c’è una vocazione netta, non c’è nessuna ragione di abbandonarla in base a calcoli utilitaristici, anche perché noi non sappiamo quale sarà il mercato del lavoro tra quattro o cinque anni. L’investimento, anche in facoltà non letterarie in senso stretto, ne cito una per tutte: architettura, è un investimento che non è detto abbia uno sbocco lavorativo immediato. Quindi il mio consiglio è quello, se c’è una vocazione netta, di seguirla. Se invece una scelta vale l’altra, bisogna pensare guardando a due variabili: quello che piacerebbe fare come lavoro ma anche quali sono le personali propensioni per certe materie e per certe altre. Però distinguiamo se questa vocazione c’è o se, legittimamente, non c’è, e teniamo conto che, accanto al tradizionale corso di laurea, esistono lauree brevi che perlopiù, fra l’altro, offrono sbocchi professionali abbastanza sicuri, ne cito una sola, che è la laurea in scienze infermieristiche.

    Uno dei recenti dilemmi a proposito della lingua italiana riguarda la possibile differenziazione di genere tra nomi di vari lavori, come “sindaco” o “sindaca”. Lei è a favore di questa distinzione o preferisce il maschile anche in riferimento alle donne?

    Io sono personalmente a favore di questa distinzione. Se alcuni di questi nomi ci sembrano strani è solo perché le donne, cinquanta, sessanta anni fa, non ricoprivano questo ruolo. “Sindaca” oggi non ci meraviglia più molto, dal momento che abbiamo due prime cittadine, a Torino e a Roma, che adoperano per indicare se stesse questo appellativo. Lo stesso vale per “ministra” e per altre forme. C’è da notare, però, che spesso sono le stesse professioniste che non vogliono essere chiamate con questo nome, e faccio solo un esempio: le donne che svolgono il lavoro di avvocato sono, al di sotto dei 45 anni, addirittura più numerose, o almeno altrettanto numerose dei maschi. Tuttavia nessuna si fa chiamare “avvocata” e quasi nessuna si fa chiamare “avvocatessa”. Certamente non si può imporre alle dirette interessate una forma che loro non vogliono.

    In un mondo altamente globalizzato come quello attuale oramai la lingua inglese sta entrando nel vocabolario di tutti i giorni. Lei cosa ne pensa? Si dovrebbe arginare questo fenomeno di “inglesizzazione”?

    Non si può arginare per quanto riguarda la presenza di singoli anglicismi nell’uso quotidiano. Si può però evitare, questo sì, che nell’istruzione superiore, quindi il politecnico, per esempio, si generalizzi la diffusione di corsi in inglese, eliminando quelli in italiano. C’è del resto una sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito come nel Politecnico di Milano i corsi magistrali debbano contemplare anche dei corsi in italiano. E questo è assolutamente giusto.

    di Lorenzo De Cinque

    di Mariasole Desideri

    di Sara Della Gatta


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