Alessandro Silvestri: studente vastese, insegnante australiano - Intervista al dottorando Alessandro Silvestri
 
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    Alessandro Silvestri: studente vastese, insegnante australiano

    Intervista al dottorando Alessandro Silvestri

    Foto di Gabriele Di GiacomoDurante la 21a edizione del Festival della Scienza Ad/Ventura, a varcare le porte del Polo Liceale Mattioli è stato anche Alessandro Silvestri, ex studente, dottorando all'University of Western Australia, a cui abbiamo posto alcune domande per conoscere la sua vita e le sue opinioni.

    L’anno scorso ci hai raccontato che, dopo aver terminato il Liceo Scientifico qui al Mattioli, hai studiato Scienza Internazionali e Diplomatiche a Bologna, poi hai conseguito un Master in Relazioni Internazionali in Australia, a cui ne è seguito uno in Diritto Internazionale. Ultimamente, inoltre, hai ottenuto la cattedra di docente universitario. Cosa si prova a stare dall’altro lato della cattedra. Ci sono altre novità dall’ultima volta in cui sei venuto al Mattioli?

    Sicuramente sono esperienze diverse. Il cambiamento che negli ultimi dodici mesi ho provato mi ha insegnato molte cose, anche per quanto riguarda il modo in cui mi posso approcciare con gli studenti. Da un punto di vista mi sento ancora più studente che insegnante. Insegnante accademico è un titolo che non mi aspettavo così presto nella mia carriera e mi rende molto felice e orgoglioso. Ho ancora problemi, tuttavia, ad inserirmi nel vestito di insegnante universitario. Ieri, quando mi hanno dato del lei, sono rimasto un attimino interdetto. Mi sento ancora uno di voi. Fino a sei, sette anni fa ero ancora in questo Istituto, e ci ho lasciato il cuore. Da un altro punto di vista, però, mi ha insegnato molto nell’approccio con gli studenti. Capire determinate tematiche, determinate dinamiche, che possono esserci dietro il modus operandi e il modus pensandi degli studenti, in maniera tale da poter comprendere meglio quello che vorrebbero sapere e quello che vorrebbero anche dirmi. Come possiamo immaginare, a livello di insegnamento bisogna sapere come far arrivare un messaggio nel modo più semplice e efficace.

    Quest’anno hai portato al Festival della Scienza una conferenza dal titolo “Il mondo ai tempi dei combattenti part-time. La guerra dei civili riflessi in combattenti”. Che messaggio vuoi lasciare ai ragazzi?

    Il messaggio è molto semplice: in televisione, alla radio, in tutti i social media su cui siamo abbondantemente presenti, sembra passare, per le classiche fake news o per altri motivi, magari dettati dalla poca conoscenza del settore, che la guerra non ha regole. Per esempio, si pensa che rendere un civile obiettivo di un attacco militare sia fatto senza riflessione. Questo è sbagliato. Quando si parla di vita umana, è molto importante ricordarsi che oggi ci troviamo in un continente in una situazione di pace, ma da un giorno all’altro potremmo finire anche noi sull’altro lato della medaglia. Penso che i nostri nonni e i nostri bisnonni saprebbero tranquillamente raccontarci questo tipo di esperienza. Da un certo punto di vista è una rassicurazione, da un altro è un messaggio dogmatico: la vita è e deve essere considerata nei termini più giusti. Per quanto possa essere difficile parlare di un’etica dell’uccidere, o di giustizia nell’uccidere, fa piacere sapere che, dietro una stanza in cui si sta pilotando un drone, ci sono dei generali, con un certo tipo di conoscenza a livello legale che, ogni volta, studiano se quella persona può essere il legittimo obiettivo di un attacco. Non siamo perfetti, e tutte queste news ce lo ricordano, però è giusto sapere che dietro la finestra del mondo militare c’è tanto pensare, c’è tanto considerare.

    Ultimamente la situazione politica internazionale risulta essere abbastanza tesa. Quali sono i punti critici dell’attuale scenario mondiale?

    Foto di Gabriele Di GiacomoPenso che abbiate tutti visto della conferenza di Berlino della settimana scorsa. Onestamente, quando avevo buttato giù una bozza per la mia presentazione di ieri, avevo più in mente l’uccisione di Soleimani dei primi di gennaio. L’avevo immaginata più da quel punto di vista, guardando la figura di Soleimani, che faceva parte dell’esercito iraniano, ed è stato ucciso in Iraq, nemmeno sul suolo iraniano. C’erano ovviamente delle situazioni molto tese perché si trattava di due territorialità diverse. Bisognava capire chi avrebbe dovuto rispondere prima e a quale tipo di attacco. L’Iran aveva inoltre promesso una rappresaglia, di cui si dovevano comprendere il grado di proporzionalità e i rischi che poteva comportare. Negli ultimi giorni, invece, la conferenza di Berlino e il rifiuto a cessare il fuoco del generale Haftar mi hanno fatto cambiare leggermente l’angolo dell’approccio della mia presentazione. Questo secondo caso ha il potenziale di essere anche più pericoloso rispetto al precedente. La Libia è in guerra civile dal 2011 e, nello specifico, in questa seconda parte, dopo il 2014, troviamo una situazione molto delicata. Il governo ufficiale, riconosciuto dall’ONU, quello del Primo Ministro Sarraj, purtroppo è, a livello numerico, molto inferiore rispetto a quello del generale Haftar. Si rischia che Haftar possa giocare la parte della persona che decide di tutti gli accordi. La Libia non riuscirà mai a trovare pace fino a quando non riusciremo a trovare un accordo tra gli interessi internazionali e quelli più specifici della Russia, della Turchia e di al-Sarraj e, in micro analisi, tra quelli di al-Sarraj e di Haftar. Ci sono ovunque altri problemi internazionali, ma credo che attualmente, a gennaio 2020, questi due siano quelli che fanno riflettere sul ruolo della guerra e su come è cambiata negli ultimi anni. Non si tratta più di due stati che combattono su in campo di battaglia isolato, ma più attori e più interessi che vanno a scontrarsi. Quando due fazioni si scontrano, ne arrivano altre centomila che provano a far sentire la propria voce. Ad esempio, Haftar controlla le risorse petrolifere, e tutto il mondo, con la globalizzazione e l’avanzato sistema di trasporti di cui dispone, ha bisogno di quei giacimenti petroliferi. Non sto qui a spiegarvi l’importantissimo ruolo del petrolio. Dunque, non è più un interesse di due fazioni ma di mille.

    Tu vivi in Australia. Negli ultimi tempi, innumerevoli incendi hanno devastato la tua terra. Come sta evolvendo la situazione? Ci sono dei miglioramenti?

    La situazione in Australia, ovviamente, è molto drastica. Voglio sottolineare che il surriscaldamento globale e determinati cambiamenti sono reali, altrimenti non potremmo mai assistere ad uno scenario simile: dei fuochi così importanti non sarebbero mai arrivati, qualche anno fa. Per gli scettici dei cambiamenti climatici: guardate questa devastazione, per capire che qualcosa va fatto. Da almeno dieci anni, l’ONU continua a pubblicare dei report per esortare la popolazione mondiale ad essere un po’ più attiva in quelle che sono delle attenzioni ecologiche, più attenta in quello che fa con il proprio ambiente. I miglioramenti ci sono stati, non totali, purtroppo. Penso che tutti abbiamo avuto la possibilità di vedere quei video su internet con dei bambini che danzano sotto la pioggia, nelle zone più colpite dagli incendi. Sembra che i danni che hanno causato e stanno causando questi fuochi dovranno protrarsi ancora per qualche altro mese. Speriamo che, a livello meteorologico avremo la fortuna di avere qualche pioggia in più o comunque delle condizioni favorevoli. A prescindere dagli effetti meteorologici, il disastro, forse, si protrarrà per sempre. Abbiamo visto le grandissime perdite sia per quanto riguarda la flora sia per la fauna: koala, canguri, e tutta quella particolare fauna australiana che non abbiamo da nessun’altra parte del mondo. Il koala è diventato ufficialmente un animale a rischio estinzione dopo questi fuochi. Sono altre cose su cui pensare.

    di Sara Della Gatta


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