Termina il 21esimo Festival Ad/Ventura: il racconto della sua ideatrice - Intervista alla professoressa Rosa Lo Sasso
 
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    Termina il 21esimo Festival Ad/Ventura: il racconto della sua ideatrice

    Intervista alla professoressa Rosa Lo Sasso

    Foto di Francesca PrudenzaLa professoressa Rosa Lo Sasso è l'ideatrice del Festival della Scienza Ad/Ventura, colei che l'ha concepito e visto crescere. Con il cambiare degli studenti, dei relatori, dei divulgatori, la Direttrice Scientifica ha portato avanti il suo progetto con impegno e caparbietà. In occasione della conclusione della 21a edizione di Ad/Ventura, abbiamo avuto la possibilità di porle alcune domande.

    Il Festival della Scienza ha appena spento ventuno candeline. Cosa l’ha spinta, ogni anno, ad organizzare l’edizione successiva?

    Tutto ciò che di bello ogni edizione produce. La passione per la scienza, la passione per la divulgazione della scienza, e la convinzione che lavorare ai progetti che, ogni anno, vengono elaborati e realizzati dalle classi significhi fare scuola in una maniera efficace, tante le competenze che i ragazzi sviluppano attraverso questi progetti. Dal saper progettare al saper, poi, elaborare, realizzare, ma anche capacità organizzative, capacità di riuscire, davanti ad ogni imprevisto, a trovare una soluzione. Tutte competenze e abilità che poi potranno essere utili nella vita, anche al di fuori di questa scuola. E non solo. Il contatto con i ricercatori, il contatto con i pensatori, tanti, il contatto con quella che è la scienza vissuta proprio dai protagonisti. Ci siamo resi conto che, con il passare degli anni, tutto questo produce risultati positivi. Il fatto stesso di vedere tanti ex allievi tornare oggi scienziati, nella varietà di questo termine: medici, ingegneri, fisici, economisti… tanti che, avendo ricevuto da questa scuola, poco poco anche da questo Festival, in 21 anni, alcune cose, alcuni elementi, tornano con la gioia di poter restituire qualcosa a questa scuola.

    Cosa la rende maggiormente orgogliosa di essere l’ideatrice, l’organizzatrice, la direttrice scientifica di una realtà così importante?

    Ogni anno io temo, ho sempre tanto batticuore perché finché non si conclude, non si spengono i riflettori, c’è il timore che qualcosa possa non andare al meglio, che qualche evento, di quelli pensati anche per mesi, non risponda poi alle aspettative, o a ciò che può essere effettivamente indicato, adatto ai ragazzi. Poi il movimento di queste masse così ingenti di giovani, giovanissimi e piccolissimi crea sempre ansia perché può esserci un imprevisto. L’orgoglio nasce dopo che si conclude, dai riscontri che si hanno con gli studenti, ma anche con coloro che intervengono in qualità di pubblico o di relatori. Il fatto stesso di essere stati inseriti in un gruppo di 32 Festival italiani tra i più importanti - questa è una notizia di poche ore fa – che ci vedrà, per il 2021, l’anno dedicato a Dante Alighieri, tra i Festival che potranno dare, nella direzione della scrittura legata a ciò che la scienza narra, vedere riconosciuto questo ruolo, questa posizione del nostro Festival in un panorama nazionale è, sì, motivo di orgoglio.

    Qual è la caratteristica che distingue il Festival del Mattioli da tutti gli altri?

    Il protagonismo dei giovani, degli studenti, indubbiamente. Ci viene costantemente ricordato dai tanti divulgatori che sono stati qui, ospiti da noi, in questa settimana, che sono presenti anche negli altri grandi Festival, a partire da quello di Genova, Bergamo Scienza, Frascati Scienza. Il nostro si caratterizza per questa grande progettualità degli studenti. Sì gli eventi speciali, le conferenze, anche li stessi tenuti dagli esperti, dagli animatori, che lo fanno di professione, ma noi ci distinguiamo per questa progettualità. 35/36 classi che hanno elaborato dalla semplice performance di racconto di un determinato argomento, a quella più creativa di drammatizzazione o, passando al Liceo Musicale, con ciò che la musica può produrre ed esprimere. Questa ricchezza ci caratterizza.

    Foto di Francesca PrudenzaIl Festival della Scienza Ad/Ventura è un connubio di cultura e passione. Dopo una settimana così intensa, cosa resta, secondo lei, agli studenti?

    Io mi auguro che resti tanto. Non so, ovviamente, fino a quanto abbiano fatto tesoro. Capisco che è una settimana così intensa, così ricca, però il lavoro che ciascun gruppo ha fatto per presentare, intanto, deve aver lasciato le competenze di cui parlavo prima. L’aver incontrato alcuni che sono stati particolarmente affascinanti, capaci di creare emozioni, ma anche orientamento verso determinati ambiti, dall’ingegneria aerospaziale all’astrofisica, e Simone Iovenitti è uno di quelli che hanno suscitato maggior interesse e maggior entusiasmo. Tutti i laboratori, poi, che si sono tenuti, mettendo insieme tutta l’Italia della divulgazione e della ricerca, perché questa settimana abbiamo avuto i divulgatori di Torino, Milano, Bologna, Roma, Bari. Tutto questo deve aver lasciato qualcosa, me lo auguro fortemente.

    Qual è, se c’è, il suo ricordo più caro in merito al Festival?

    Ogni Festival ha determinato, ogni anno, ricordi cari. L’emozione più grande è sempre quella di vedere gli ex allievi tornare e riproporsi in vesti diverse. Ci sarebbe da fare un elenco interminabile delle ventuno edizioni. Ancora quest’anno sono state tante le occasioni di gioia e di emozione provate.

    Cosa ha distinto l’edizione di quest’anno dalle precedenti?

    La grande presenza dei laboratori, l’attività laboratoriale. Mai come quest’anno abbiamo avuto così tanti animatori, che tra l’altro ho prelevato proprio dal Festival di Genova. Da Graziano Ciocca e Alessandra Della Ceca dell’associazione G. Eco., alle ragazze dell’AIRC, ai giovani del Politecnico di Milano, all’associazione Co.Me. Scienza di Bari, hanno tenuto laboratori per un’intera settimana, spaziando dalla fisica alla chimica dei materiali, alla meccanica quantistica, alla biologia, con le cellule in cucina. Tanto, tanto, tanto lavoro in laboratorio, che penso, da quello che mi viene detto dai ragazzi a caldo, abbia destato tanto più coinvolgimento e interesse.

    di Sara Della Gatta


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