Gina Pane, quando l’arte sanguina - Appuntamento settimanale con le donne nel mondo dell’arte
 
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    Mattioli Vasto Cultura 11/02 11/02

    Gina Pane, quando l’arte sanguina

    Appuntamento settimanale con le donne nel mondo dell’arte

    Acqua alta / Pali / VeneziaL’arte non è solo pittura o scultura. Tutto può diventare arte (sì, anche la banana di Cattelan). È così che nel corso del '900 si sviluppa la cosiddetta performance art, ovvero un modo di fare arte che prevede una vera e propria azione di fronte a un pubblico, spesso usando il corpo stesso dell’artista (in questo caso diventa body art).

    Tra le principali esponenti della performance art spicca Gina Pane (1939-1990), artista francese che visse per gran parte della sua vita in Italia. Gina Pane rivoluzionò completamente la concezione dell’arte trasformando il proprio corpo in opera d’arte vivente.

    Pane studiò all’Accademia delle Belle Arti di Parigi, dal 1961 al 1966, dove inizialmente si interessò in particolare alla scultura. È a questo periodo che risale una serie di sculture chiamate “Structures Affirmées”, opere minimaliste e geometriche. Tra queste figura la letterale scultura “Acqua alta / Pali / Venezia”, acclamata dalla critica, in particolare da Pierre Restany. Il titolo dell’opera è esattamente rispettato nell’insieme, ma non come si potrebbe immaginare. I tre elementi sono scollegati tra loro: ci sono dodici pali total white in metallo, inclinati in direzioni alternate fila per fila, immersi in uno spazio sempre di colori neutri in cui è scritto su pavimento, muri e soffitto rispettivamente acqua alta, pali e Venezia.

    È iniziando a realizzare performance artistiche che si fece notare definitivamente da pubblico e critica. In tutte le sue performance, il fil rouge è sicuramente il dolore e in particolare la sopportazione del dolore. Non si possono, però, definire le sue esibizioni masochiste, perché l’obiettivo di Gina Pane non è quello di rappresentare il dolore come esperienza prettamente fisica ma l’atto di condividerlo con il pubblico, con gli altri. Ferisce il suo corpo per oltrepassare la dimensione materiale, lo mette alla prova come se fosse una cassa di risonanza della società.

    Gina Pane si ferisce anche come atto di protesta. E ciò è visibile bene ne “Il bianco non esiste”, azione eseguita nel 1972, una delle sue prime. Davanti a un pubblico sbigottito, che le urla di smettere, “Non lo faccia! Non lo faccia!”, l’artista inizia a ferirsi il viso con una lametta. “La faccia è tabù. – afferma – È il cuore dell’estetica umana. L’unico luogo che mantiene un potere narcisistico”. E ogni taglio è la ferita di una donna vittima di violenze e abusi. Ogni taglio è un atto di ribellione contro l’estetica preconfezionata. Gina Pane si ferisce in volto, che per le donne più che per gli uomini deve essere sempre perfetto e “aggiustato”, perché quella è la prima cosa da valutare, prima che le reali doti della persona.
    “Il bianco non esiste” scatenò un putiferio. Gli spettatori erano in visibile sgomento, colti alla sprovvista, come quando scoppia all’improvviso un temporale, scioccati da quella così inconcepibile scelta di Gina Pane, increduli che una persona potesse scegliere di violare il proprio corpo come forma d’arte.

    Azione sentimentale (fotogrammi della performance)Ma come diceva lei stessa, “Se apro il mio corpo affinché voi possiate guardarci il mio sangue, è per amore vostro: l’Altro”. Più che “Il bianco non esiste”, la performance che rimase nella storia è “Azione sentimentale”, messa in scena nel 1973 nella Galleria Diagramma di Luciano Inga Pin di Milano.

    Al pubblico, per scelta dell’artista composto di sole donne, viene chiesto di sedersi su dei cerchi formati a mo’ di calligramma dalla parola “donna”, tracciati a terra con un gessetto.

    Gina Pane entra vestita completamente di bianco, con un bouquet di rose rosse. A metà tra una vestale e una sposa, casta e pura, inizia a staccare le spine dalle rose per conficcarsele, una dopo l’altra, in fila, sul suo braccio. Il sangue scorre sul suo corpo, macchia i suoi vestiti. Prende poi una lametta, con cui si incide il palmo della mano, mentre il mazzo di rose diventa bianco. La foto che immortala il momento finale, in cui Gina Pane si siede a gambe incrociate e stende il braccio in avanti, è entrata nella storia.


    Azione sentimentale, momento finaleIn “Azione sentimentale”, l’opera d’arte sanguina, il sangue è un atto liberatorio. Attraverso la propria sofferenza, incanala il dolore degli altri e lo lascia fluire. Per Gina Pane, il dolore è una sorta di rivoluzione e la resistenza ad esso un modo per avvicinare le persone, perché solo in questo modo si è in grado di comunicare con la propria coscienza. Il rapporto tra il sangue rosso e il vestito bianco, come quello di una sposa, rappresenta la purificazione dell’artista: la performance ricorda i riti tribali prematrimoniali, come a dire che ora è libera dal dolore, libera di amare e di farsi amare.

    Gina Pane morì molto giovane, nel 1990, a soli cinquantuno anni. Nonostante ciò, i suoi lavori ispirarono una generazione intera di artisti: da Marina Abramović e Ulay a Orlan, Catharine Opie e Valie Export.

    I suoi studi e le sue rappresentazioni del dolore e della sua sopportazione hanno dato vita a un intero filone artistico legato a questo genere di performance in cui gli spettatori sono al tempo stesso sconcertati e compiaciuti di ciò a cui stanno assistendo, perché l’esibizione parla da sola. “Nelle mie performance, attraverso una ferita che diventa un segno, io creo una nuova lingua”.

    di Simone Di Minni


    Parole chiave:

    arte , cultura , donna , performance

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