Benvenuto, inverno! - Appuntamento con il Diario di bordo del Mattioli’s Chronicles
 
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    Benvenuto, inverno!

    Appuntamento con il Diario di bordo del Mattioli’s Chronicles

    Dedicato a tutti gli studenti

    L’idea di queste righe l’ho rubata. O meglio, l’ho liberamente tratta. Le chiacchierate telefoniche sono in effetti molto proficue ultimamente e io, senza modestia, posso vantare amiche di un certo peso cerebrale.

    Comodi, prego.

    Se vi affacciate fuori - del resto altro non potete fare al momento- vi accorgete che la primavera è nell’aria. Il cielo è terso, anche a distanza risalta lo sfavillio del blu del mare; il sole solletica i sensi, tra il verde dell’erba fanno capolino chiazze dai colori vivaci: giallo, rosso, rosa, bianco.

    La Natura in questo periodo dell’anno parla di rinascita, si apre alla vita, ci invita ad abitare la vita.

    In latino ‘habitare’, frequentativo di ‘habēre’, significa possedere. In effetti abitiamo la vita perché la possediamo. E quando, se non in primavera, ci sembra di abitarla perché ne disponiamo a piene mani? Per abitarla bisogna uscire fuori dal consueto ‘habitus’ per assumerne uno nuovo, che ci faccia sentire rinnovati nel corpo e nella mente, come un bruco che diventa farfalla.

    Ci sembra di abitarla quanto più usciamo fuori: fuori dal cerchio magico delle storie raccontate al caldo del camino, nelle sere di dicembre, con le mani che profumano di mandarini e la bocca di torroncini, fuori dall’ovattato nido famigliare, fuori dalle nostre abitazioni. Abitiamo la vita se abbandoniamo il nostro ‘habitus’, la nostra abitazione.

    Ascoltate questi versi di Pierluigi Cappello a proposito della primavera: «Quanto pesano gli occhiali stasera;/ di tante negli ostinati giardini/ soltanto una rima: la primavera”. Superba questa terzina! Tra le tante rime possibili, nella mente del poeta si impone quella stasera: primavera, come a indicare la condizione di ineluttabilità delle stagioni, il procedere costante dell’universo nei suoi ritorni ciclici che non tengono conto dei nostri singhiozzi, del torpore esistenziale che ci attanaglia né dell’accumulo tossico di informazioni e notizie da ogni lato. La Natura non si cura di noi. Va, avanza. Mai come ora vorremmo abitare la primavera, fuori, per racchiuderla in generosi mazzetti di mimose, la vita per cingerla in calorosi abbracci. Invece sentiamo la pesantezza degli occhiali a fine giornata che scivolano giù con rassegnazione. Con rassegnazione ci sintonizziamo alle 6 del pomeriggio per il consueto bollettino di guerra, stiamo dentro. Abitiamo le case, proprio ora. Proprio ora che tutto parla di andare, di partire, non di stare. Eppure questo viaggiare dentro, tra muri dondolanti e parenti ingombranti o tra muri desolati e cari immaginati, ci fa abitare l’inverno dell’anima. Mentre fuori la primavera esplode e abita sui tetti, sui rami, sulle scogliere tra gabbiani di passo e conchiglie abbandonate, dentro fiorisce l’inverno.

    Sì, fiorisce.

    Forse la natura ci ha ingannati: questo anno prevede un ciclo di 5 stagioni, o sei (vedremo), con almeno due inverni? Se qualcuno da lassù ci voleva mettere alla prova avrebbe potuto avvisarci per tempo. Non solo per rimpinguare le credenze senza l’ansia di una spesa frettolosa con code chilometriche. Avremmo fatto i buoni, pregato di più, amato di più, ascoltato, semplicemente. Sì, ci saremmo confessati più spesso.

    O forse quest’anno non avevamo ancora vissuto veramente l’inverno che ha fatto la comparsa a settimane alterne, ha indugiato alle porte di novembre e poi si è dileguato? Ritorna l’inverno, eccolo, ritorna con forza. È l’inverno dell’anima che ha bisogno di andare in letargo per poter fiorire. I suoi fiori sono meno appariscenti, hanno semi tenaci, radici profonde.

    Noi non siamo andati in letargo. Questa bella società moderna in cui si parla solo di corsa, si cammina di corsa, si ama di corsa, non ci ha educato alla lentezza, all’attesa. Paradossale che questo avvenga proprio a ridosso della Pasqua che è attesa della Redenzione. E così ora subiamo le imposizioni, le pensiamo limitanti. Eppure, è in virtù di questo letargo forzato mentre fuori tutto parla e canta la musica della vita che torneremo, presto o tardi, a gioire. Fioriranno i sorrisi, i nostri sguardi. I ragazzi torneranno a baciarsi agli angoli delle strade, i mendicanti a chiedere l’elemosina sui sagrati delle chiese, i vecchi a passeggiare con le braccia dietro la schiena consumando l’asfalto delle piazze. Torneremo. Andremo. Ora stiamo, perché siamo. Siamo crisalide, inverno pronto a farsi primavera se sapremo attendere, sperare, essere nel divenire.

    Questo non è e non deve essere il tempo della noia, dell’apatia.

    Tutti torneremo ad abitare le nostre abitudini. Per farlo abbiamo bisogno di stare, di pensare, di trovare le ragioni per abitarci dal di dentro, prima che dal di fuori. Ma non tanto o non solo perché le autorità ce lo impongono, perché ce lo impone la vita.

    I giapponesi direbbero che questo tempo può spingerci a cercare il nostro Ikigai.

    Ikigai è parola complessa, dalle molte sfaccettature che possono essere riassunte dalle domande: -In che cosa sono bravo? -Di cosa ha bisogno il mondo? -Per cosa posso essere pagato? -Che cosa amo?

    Io aggiungerei: Chi amo? Dov’è la mia casa, il mio posto nel mondo?

    Lo troveremo, ragazzi, ce ne sorprenderemo e sarà bellissimo. Avrà un odore bellissimo. Pur non conoscendolo, lo riconosceremo.

    Che sia il benvenuto l’Inverno. Per la primavera sapremo aspettare. Non c’è fretta né inganno.

     Mariella Di Brigida


    Parole chiave:

    inverno , natura , polo liceale mattioli

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