Scrivere: un atto d’amore verso noi stessi - Appuntamento con il Diario di bordo del Mattioli’s Chronicles
 
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    Scrivere: un atto d’amore verso noi stessi

    Appuntamento con il Diario di bordo del Mattioli’s Chronicles

    Per me scrivere… scrivere per me. Solo.

    Non è trascorso neanche un mese da quando affidavo queste parole – forse credute da qualcuno dei miei amici come frutto di un eccesso di egoismo, figlio a sua volta di una delle mie solite ricorrenti paturnie – a un mio stato su Whatsapp, a mo’ di didascalia e commento a una foto presa da Internet e che conteneva questa citazione di Charles Bukowski: “Per me scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo”.

    Non troppo interessato a commentare le pur significative parole dello scrittore americano, volevo comunicare, alla ristretta cerchia di persone che sanno che ogni tanto mi diletto nella scrittura, che d’ora in avanti mi sarei trattenuto non certo dallo scrivere (né tantomeno dal far leggere a pochi selezionati amici ciò che avrei prodotto) ma dal farlo avendo come scopo principale quello di piacere a chi poi mi avrebbe letto.

    Quello di “piegarsi al pubblico” (piccolo o grande che esso sia, non importa) è qualcosa che ben conoscono gli scrittori di professione, ma anche i musicisti, i cantanti, gli attori e, in generale, tutti quelli che vivono per e con l’arte: è il rischio di cominciare a fare quello che il pubblico si aspetta da te, non quello che tu realmente vuoi, è il rischio di far dipendere dal giudizio degli altri ciò che dovrebbe anzitutto piacere e gratificare te stesso.

    Non vi nascondo che le mie ultime produzioni avevano preso questa piega e per questo avevo un po’ perso la voglia di scrivere.

    Oggi però qualcosa è cambiato. “Tu puoi scrivere!” mi ha detto per telefono poco fa una mia amica, in risposta al mio “Sembra strano, ma con tutto questo tempo da trascorrere forzatamente a casa non trovo piacere in nulla”.

    Quelle sue parole, benchè non avessero il tono dell’esortazione, racchiudevano la sua speranza acchè io tornassi a fare una delle poche cose che penso mi riescano discretamente bene, ben sapendo anche lei, scrittrice dalla vena creativa appena felicemente ritrovata, quanto sia per noi terapeutico prendere carta e penna e tirare giù pensieri, fantasie, idee, ricordi, sogni.

    Dunque sappiate, voi che vi accingete a leggere queste mie riflessioni (in particolare mi rivolgo ai ragazzi), che le ho scritte non solo per ritrovato slancio edonistico ma anche con la manifesta speranza che anche voi troviate il modo, la voglia (e stavo per dire “il tempo”, ma di quello credo ora ne abbiano tutti in abbondanza) per scrivere e ne comprendiate la bellezza e l’importanza.

    In questo periodo di reclusione forzata – dove viviamo ogni giorno uguale al precedente e probabilmente a quello immediatamente successivo, come nel film “E’ già ieri” con Antonio Albanese – passiamo molto tempo a leggere social network, quotidiani online, siti istituzionali. Tutto ciò è comprensibile, perché vogliamo e dobbiamo essere informati, ma corriamo il rischio che tali letture diventino compulsive e che noi stessi ci traformiamo in una sorta di nuovi esseri mitologici, per metà esseri umani e per metà smartphone.

    Il mio invito è allora quello di cogliere l’opportunità che ci viene data da questo tempo dilatato e sospeso per iniziare a scrivere.

    Cosa? Come? Dove? In che momento della giornata? Sono domande che non hanno rilievo. L’unica domanda che ci si potrebbe porre è: per chi? E la risposta che ciascuno di noi deve darsi è “Per me stesso!

    Siamo ormai in primavera. Ci apprestiamo a fare il cambio di stagione nel nostro armadio. Bene, come procediamo? Tiriamo fuori tutto quello che c’è dentro di esso, svuotiamo completamente il suo contenuto ammucchiandolo sul letto e poi, pazientemente, riprendiamo ogni singolo capo e lo spostiamo rimettendolo in un altro settore.

    Ecco: scrivere è più o meno questo. Tirare fuori ciò che abbiamo dentro, osservarlo da trenta centimetri di distanza, dare ad esso nuova misura, forma e colore con le parole disposte più o meno ordinatamente sul foglio di carta e poi rimetterlo di nuovo dentro di noi.

    Nel fare questo, probabilmente ripenseremo al cammino di vita che abbiamo già percorso, magari tornando indietro ripercorrendo i nostri passi, se necessario, e correggendo, se possibile, gli errori commessi, per poi precorrere la strada ancora da fare quando questo incubo sarà finito.

    Rifletteremo scrivendo per avere nello scritto un riflesso di noi e conservarlo come traccia di ciò che siamo stati. E’ un viaggio interiore che ciascuno può e deve fare, con curiosità e senza paura, in un momento storico in cui non ci è giustamente permesso uscire fisicamente dalle nostre case.

    E non preoccupatevi: non serve avere la penna felice di un Manzoni o la vena poetica di Leopardi, non si deve per forza scrivere “Guerra e pace” o “Il conte di Montecristo” per paura di risultare troppo sintetici.

    E’ l’atto in sé a dare senso, non il suo prodotto, ed è il senso che noi diamo a ciò che scriviamo che lo qualifica e avvalora, non la sua correttezza lessicale e grammaticale.

    Chi mi conosce sa che tra le mie passioni ci sono anche la musica (come modesto ascoltatore, non certo come esecutore in quanto assolutamente negato) e il cinema. Quando poi questi due mondi vengono a contatto tra loro si crea in me un grandioso effetto moltiplicatore di emozioni.

    Dico questo perché ora mi viene in mente un film che credo alcuni di voi avranno visto: “Le ali della libertà” di Frank Darabont. L’ho sempre trovato, oltre che ben realizzato, profondamente educativo tant’è che ne porto sempre con me una copia, pronto a farla vedere ai ragazzi nel caso in cui mi trovassi a fare un’ora (meglio due) di supplenza e avessi appurato che la mia solita proposta di fare un po’ di diritto ed economia (le mie materie d’insegnamento) fosse tanto per cambiare miseramente caduta nel vuoto.

    C’è un punto nel film in cui il protagonista, rinchiuso in un carcere nell’America degli anni ’40, viene punito e messo in una cella di due metri per uno e mezzo.

    Dopo due settimane passate in completo isolamento in quel “buco” finalmente può tornare tra i suoi compagni i quali si stupiscono nel sentirlo dire che per lui quel tempo sia volato. “C’era il signor Mozart a tenermi compagnia!” aggiunge. “Perché? Ti hanno fatto portare il giradischi lì dentro?” gli chiedono perplessi gli altri. “Ce l’avevo qui… e qui…” risponde indicandosi prima la testa e poi il petto. “E’ questo il bello della musica: nessuno può portartela via. […] La musica serve per non dimenticare che ci sono posti a questo mondo che non sono fatti di pietra e che c’è qualcosa, dentro di te, che nessuno ti può toccare né togliere se tu non vuoi.

    Ecco, pur se originariamente riferite alla musica, queste parole esprimono bene cosa penso sia e spero diventi per voi la scrittura: un modo per non scordare che, benchè in questi giorni viviamo in un "buco", lontano dalle bellezze del mondo che eravamo abituati a girare, esiste un posto altrettanto se non ancora più bello dentro di noi, non racchiuso dentro muri di mattoni, che aspetta solo di essere scoperto e descritto, magari su un foglio di carta.    

    Ivan Giangiacomo


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